DAVID ABULAFIA.
.
FEDERICO SECONDO.
Un imperatore medievale.
.
Parte 3.
.
Titolo originale: Frederick the Second. A medieval emperor. 1988.
Traduzione di: Gianluigi Mainardi.
1990. Giulio Einaudi Editore, TORINO.
...
.
...
Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
...
.
...
...
.
...
Indice di questa parte.
...
.
...
Parte terza.
8. La cultura a corte.
9. La fine della concordia, 1235.
10. Controllo a distanza.
...
.
...
FINE Indice.
...
.
...
PARTE TERZA.
...
.
...
Capitolo ottavo. LA CULTURA A CORTE.
...
.
...
1.
...
.
...
Pochi principi medievali si sono guadagnati imperitura fama di mecenatismo come Federico Secondo. Scrivendo intorno al 1920, Charles Homer Haskins dichiara con entusiasmo che Federico sta alla pari di Ruggero Secondo nella promozione delle scienze e della filosofia; la "brillante e precoce cultura del suo regno siciliano" era in parte un'eredit normanna e in parte una conseguenza della sua pressoch inesauribile curiosit per il mondo naturale. Presupposto di questi fermenti culturali era l'ubicazione geografica della Sicilia, crocevia di influenze greche, arabe e latine, crogiolo autocratico di tre o pi civilt. Motivo di angustie per Haskins era l'esiguit delle testimonianze di un'intensa attivit scientifica, senza contare che ovviamente la corte degli Hohenstaufen andava inserita nel contesto delle tradizioni culturali siciliane del Dodicesimo secolo e di altre monarchie europee del Tredicesimo, in Castiglia e Aragona, che manifestarono interessi analoghi. Vista in questa prospettiva, la corte sveva comincia a perdere un po' della sua reputazione di unicit; ma non importa, poich all'origine di tutte le sue manifestazioni si colloca lo spirito stimolante di "una delle menti pi brillanti del Medioevo", lo stesso Federico Secondo. In questa corsa all'incensazione Haskins fu in seguito sopravvanzato da vari colleghi tedeschi. Lo "stupor mundi", il precursore del principe del Rinascimento, il razionalista e lo scettico: un personaggio costruito dagli storici, i cui tratti parevano trovare ampia conferma nei racconti degli autori contemporanei: Matteo di Parigi in Inghilterra, o l'impudico pettegolo (e frate) Salimbene in Italia.
La tesi della continuit dal periodo normanno a Federico Secondo venne data per dimostrata. Nella sua biografia dell'imperatore, Van Cleve elenc l'impressionante fiorire di scuole e monasteri nel Mezzogiorno - il collegio medico di Salerno, l'abbazia di Montecassino - e part dal semplice presupposto che ci che era stato conseguito in ogni parte del "regnum" durante il Dodicesimo secolo fosse un trampolino di lancio per glorie ancor maggiori nel centralizzato Tredicesimo. Gli anni giovanili dell'imperatore segnarono un'inevitabile arretramento del patronato culturale, ma ci non ha impedito a Kantorowicz di evocare un benevolo centauro che avrebbe insegnato al real giovinetto i segreti dell'universo. Lo storico attinge alla mitologia greca, non alla realt documentata. Federico ricevette una lodevole istruzione, ma non per merito di un centauro, n degli eruditi rabbini e imam di Palermo. Nel fiore dei suoi anni, era trascorso un secolo dacch Ruggero Secondo aveva intrattenuto a corte gli ambasciatori del califfo fatimide e dato pieno appoggio a al-Idrisi e Doxopatrios. Il processo di latinizzazione era gi piuttosto avanzato all'epoca di Guglielmo il Buono e gli studiosi musulmani a corte erano andati progressivamente scomparendo. N in quel periodo la Sicilia poteva in alcun modo reggere il confronto con la Castiglia o l'Egitto come centro di conoscenza ebraica: le erano estranei tanto i vociferanti denigratori quanto gli infervorati discepoli del controverso Maimonide. Viene dunque spontaneo chiedersi se Federico Secondo rivitalizz e svilupp gli interessi culturali dei suoi antenati. La risposta non gli  favorevole.
In un primo luogo, l'amalgama culturale attribuito alla corte normanna non  visibile in quella sveva. L'elemento musulmano era in pratica ridotto a una guardia scelta di Saraceni di Lucera, che  lecito supporre analfabeti - uomini d'arme, non di lettere. Numerosi erano comunque i visitatori musulmani, ad esempio gli ambasciatori di al-Kamil, e Federico mantenne costanti rapporti epistolari con studiosi islamici sino alla lontana Ceuta. Da alcuni episodi risalenti alla crociata abbiamo motivo di supporre che conoscesse l'arabo, ma gli Arabi della Palestina con cui venne in contatto non appartenevano certo all'intellighenzia; da loro apprese in sostanza l'arte dell'accecare i falchi cucendo loro le palpebre. N Federico era particolarmente sensibile ai versi composti a sua lode in arabo da adulatori siciliani, maltesi e nordafricani. Quanto all'elemento greco, non si pu certo dire che fosse abbondante. Forse Federico aveva un'infarinatura della lingua, ma chiam a corte pochi Greci. La principale opera in greco uscita dalla reggia di Federico fu di fatto una traduzione delle "Costituzioni di Melfi". La nativa cultura greca della Calabria e della Sicilia orientale, testimoniata nei documenti della Messina contemporanea e nelle chiese di Rossano, sfior appena la corte. Giovanni d'Otranto e Giorgio di Gallipoli, Greci provenienti dal tallone d'Italia, scrissero poesie in onore di Federico, ma le grandi costruzioni retoriche dei tempi di Ruggero Secondo sarebbero andate sprecate negli ambienti di corte. La tradizione ortodossa rimase viva in una diocesi adagiata tra le montagne calabresi, a Rossano, ma Federico non nutriva un reale interesse per la Chiesa ortodossa italica o bizantina. Dopo la conquista latina del 1204, Costantinopoli aveva abdicato al ruolo di centro internazionale di una cultura cosmopolita che, per patrimonio di conoscenze, non aveva rivali nel mondo cristiano; laddove Ruggero aveva invidiato ai Comneno la loro corona imperiale romana, Federico si cinse di una corona imperiale tutta sua, rifiutandosi di concedere all'imperatore latino di Bisanzio quello status che perfino gli occidentali avevano riconosciuto agli imperatori romani d'Oriente. I buoni rapporti mantenuti con l'impero di Nicea, sopravvissuto ai reiterati attacchi dei Franchi, vanno inquadrati in una strategia mediterranea "a tutto campo".
Per giunta la corte di Federico aveva carattere itinerante, un po' perch i possedimenti della Germania e dell'Alta Italia impedivano all'imperatore di domiciliarsi in un'unica base o capitale e un po' perch negli anni trenta e quaranta le campagne belliche lo tennero in movimento per lunghi periodi in Lombardia e nell'Italia centrale. La lenta discesa del 1239 da Parma al "regnum" non fu l'avvicinarsi ad una destinazione finale, ma un incessante susseguirsi di provvisori attendamenti. Napoli e Messina divennero sedi amministrative importanti, ma Federico preferiva prender sollievo (sono parole sue) nei padiglioni di caccia della Puglia; dopo la giovinezza non aveva avuto tempo di visitare la parte insulare del regno. Questa corte viaggiante non poteva reggere il paragone con la sontuosa reggia palermitana di Ruggero Secondo. Nel 1239-40 Federico diede ordine, da lontano, ai suoi cortigiani di preparare violette candite e di badare al serraglio, che inutilmente avrebbe voluto con s. Comunque si portava appresso alcuni animali degni di nota - un elefante, cammelli, falchi - nonch i gioielli della corona e parte della fornita biblioteca. Un pingue bottino su cui i suoi nemici lombardi avrebbero messo le mani a Parma. Fosse riuscito a vivere in pace con le citt italiane e il papato, con tutta probabilit avrebbe speso somme pi consistenti per libri, bestie e spettacoli; pur tra i disagi della guerra, mai dimentic infatti di coltivare questi interessi. I suoi dignitari, in particolare i poeti che costituivano la "scuola siciliana" di lirica dialettale, erano in sintonia con le pi avanzate tendenze della cultura europea, sebbene i loro versi siano soltanto una pallida imitazione del modello provenzale (ma di questo parleremo pi diffusamente tra poco). Ad ogni modo ne esce rimpicciolita la classica immagine dell'imperatore a suo agio tra uomini di genio arabi, greci, ebrei e latini, disinvolto nel mettere in discussione i dogmi dei vari credi monoteistici e nel penetrare i segreti dell'universo insieme a scienziati iconoclasti. Destituita di ogni fondamento  l'accusa di aver definito Mos, Ges e Maometto "i tre impostori": fulmini di repertorio scagliati in Occidente contro i miscredenti molto prima della sua nascita.
Un ulteriore motivo di confusione nella rinomanza di Federico quale sommo protettore dell'attivit culturale  la tendenza ad attribuire al suo influsso ogni conquista intellettuale di un qualche peso tra il 1200 e il 1250. Il pisano Leonardo Fibonacci, che tanto s'adopr per far conoscere in Occidente il valore della numerazione arabica, scrisse per la prima volta dell'argomento nel 1202, quando Federico aveva sette o otto anni. Vero  che incontr l'imperatore molti anni pi tardi, forse durante un soggiorno di questi a Pisa, e consegn alla corte sveva una nuova edizione del suo "Liber Abaci" nel 1228, ma rimane pur sempre il fatto che Fibonacci era in sostanza un mercante pisano con vasti interessi a Tunisi, dove apprese i rudimenti della matematica araba, e dunque un prodotto della cultura mercantile della Toscana pi che della corte di Federico Secondo. L'imperatore lesse l'opera, ma a quell'epoca l'uso delle cifre arabe si era gi diffuso in Italia, tant' vero che un notaio genovese le aveva adottate pochi anni dopo l'uscita del primo trattato di Fibonacci. Un secondo esempio ci  offerto da Michele Scoto, massimo tra gli scienziati di Federico, il quale trascorse gran parte della sua vita attiva a Toledo e si present a Palermo forte dell'esperienza di traduttore e cultore di arti magiche. Con lui arriv nel "regnum" la scienza arabizzata della Castiglia, un fatto che sottolinea un aspetto importante del cenacolo voluto da Federico. I maggiori progressi culturali agli inizi del Tredicesimo secolo furono dovuti a ebrei, musulmani e cristiani che lavoravano fianco a fianco nella traduzione dei testi greci e arabi, non in Sicilia ma in Spagna. La corte sveva era una appendice culturale di quella castigliana.
I traduttori ebrei al seguito di Federico erano pochissimi di numero e neppure originari del Mezzogiorno. Fu dalla Provenza, con i suoi stretti legami con i Sefarditi d'Aragona e Castiglia, che affluirono alcuni membri dell'illustre famiglia Ibn Tibbon - tra gli altri Jacob Anatoli, collaboratore di Michele Scoto, e il di lui cognato Mos ben Samuel Ibn Tibbon, fecondo volgarizzatore di testi arabi. Questa famiglia era di ceppo spagnolo, ma intorno alla met del Dodicesimo secolo, sospinta dalle invasioni dei fanatici Almohadi musulmani, aveva trovato rifugio nel Sud della Francia, apportandovi una conoscenza della lingua araba e della filosofia inusuale anche in una comunit ebraica evoluta come quella della Linguadoca. Anatoli volse in latino i commentari ad Aristotele del grande filosofo arabo Averro e l'"Almagesto" di Tolomeo. Di particolare interesse  la comparsa di quest'ultima opera in una nuova traduzione, poich era gi stata volta in latino nella Sicilia normanna attorno al 1160. La versione normanna era una traduzione dal greco, ma Anatoli lavor su un testo arabo, a sua volta una parafrasi di una traduzione siriana dell'originale. Non  difficile capire perch questo fosse il modo di procedere preferito in Spagna e nella Francia meridionale. In primo luogo, il greco nella penisola iberica era pressoch sconosciuto. E poi si trattava di testi assai ostici per chi non aveva dimestichezza con i concetti che vi venivano espressi, e le versioni arabe molto contribuirono, non sempre con la precisione auspicabile, a rendere intelligibile la filosofia greca, grazie anche alla sapiente utilizzazione dei commentari, di tardi filosofi greci come Apollonio di Afrodisiade o musulmani come Avicenna e Averro. La sostanza dell'originale andava in gran parte perduta, ma i traduttori del Tredicesimo secolo non erano filosofi classici moderni preoccupati di sviscerare l'esatto processo di pensiero insito in ciascuna proposizione. La loro interpretazione di Tolomeo doveva inserirsi nella cornice di una consolidata epistemologia islamizzata, post-ellenistica. Era perci arduo per i Latini della Sicilia comprendere appieno le volgarizzazioni dall'arabo o dal greco, ma queste ultime si proponevano in forma grezza e non di rado i traduttori rimanevano perplessi di fronte a termini e concetti affatto familiari - donde una miriade di topiche e travisamenti.
Di tutte le traduzioni eseguite nell'Italia meridionale durante il regno di Federico, la pi importante fu senza dubbio quella di un'opera redatta originariamente in arabo ma in seguito volta in ebraico, versione quest'ultima approdata alla corte di Palermo e ai letterati di Napoli. Moses ben Maimon, conosciuto altres come Maimonide, o Rambam, cerc nella "Guida dei perplessi" di conciliare la visione aristotelica del mondo con i dettami dell'insegnamento religioso giudaico. I suoi pi ferventi ammiratori dei nostri giorni tendono a ignorare questo scritto in favore di altre sue fatiche pi ortodosse che non ebbero altrettanto impatto al di fuori del mondo israelitico. Egli  dunque un punto di riferimento sia per l'ala ortodossa che per quella anti-fondamentalista dell'ebraismo moderno. Tra i primi lettori della "Guida" vi fu per il discendente di una nobile stirpe della Bassa Italia, poi apprezzato a corte, Tommaso d'Aquino, che di l a poco, seguendo le orme di Maimonide e Averro, si sarebbe a sua volta cimentato nella composizione dell'aristotelismo con la sua fede. Pu darsi che nella traduzione ci sia lo zampino di Michele Scoto, ma tutto sommato il suo ebraico, di cui pure non era del tutto digiuno, appare alquanto zoppicante, quanto meno nei manoscritti che ci sono pervenuti. Quanto alle versioni dall'arabo soccorreva un lavoro di quipe con ebrei, cristiani e, al caso, musulmani raccolti attorno allo stesso tavolo e intenti a scambiarsi impressioni nel vernacolo che li accomunava. La corte sveva non traboccava certo di "teste d'uovo" giudee. Federico import un certo numero di ebrei per migliorare le coltivazioni, ma si premur di contingentarli ed evit di conceder loro libert religiose maggiori di quelle previste dal diritto canonico. Gli intellettuali erano sino a un certo punto al di sopra di queste norme, ma Federico era un acceso filosemita, limitandosi ad accogliere i modi di pensare dei suoi contemporanei pi istruiti. Posto a raffronto del "cristianissimo", isterico, mangia-ebrei Luigi Nono di Francia, non dur fatica a mostrarsi uomo di buon senso e moderazione, ma giudizi analoghi circolavano anche nei corridoi della Sede Apostolica, ed ebbero peraltro su di lui una certa influenza. Con ci non si vuol negare che di quando in quando un erudito ebreo fosse presentato a corte: gli Ibn Tibbon e Judah ha-Cohen conobbero Federico di persona e furono in buoni rapporti con Michele Scoto. Sul piolo pi alto della scala intellettuale vi erano dotti di tutte e tre le religioni desiderosi di dibattere le questioni che stavano loro a cuore, in campo scientifico o anche religioso, come la prova dell'esistenza di Dio, o l'eternit della materia. Sebbene la corte degli Hohenstaufen non mancasse di opportunit, quella castigliana era un pestello pi adatto a macinare le idee, contenendo rappresentanti delle tre confessioni e usufruendo di un pi agevole accesso ai libri del sapere arabo, in molti casi compilati in Spagna.
Federico cerc per quanto poteva di rimediare al disordine di un'esistenza zingara mantenendo vigorosi scambi epistolari; il suo dinamismo culturale si identifica per larga parte in una sorta di "corso per corrispondenza" in scienza e filosofia con ebrei spagnoli, musulmani egiziani e i suoi stessi cortigiani, lontani a volte dalla sua presenza. Judah ben Salomon ha-Cohen ricevette lettere dall'imperatore in Castiglia e pi tardi gli rese visita nell'Italia settentrionale. Fu Michele Scoto a stabilire il collegamento tra questo giovane mistico e scienziato e la corte sveva. Al-Kamil, sultano d'Egitto, si tenne in contatto con l'imperatore dopo la conclusione della crociata, intrecciando idee sulla natura dell'universo, offrendo risposte a quesiti matematici complessi e addirittura incaricando un astronomo di fiducia di addottrinare Federico e al contempo assolvere funzioni diplomatiche. Simili commistioni di offici non erano per nulla inusuali in questo periodo; all'epoca della Sicilia normanna, Aristippo aveva fallito un trattato di pace con Costantinopoli, ma era riuscito a farsi mandare alcuni manoscritti. D'altronde Federico si sforzava di salire nella stima dei suoi vicini mediterranei presentandosi come uomo di cultura del quale si potesse dire (com'era stato per Ruggero Secondo) che, non fosse stato per le convinzioni religiose, avrebbe uguagliato sul piano intellettuale qualunque principe maomettano. In parte era un gioco diplomatico, ma Federico lo giocava con energia; i suoi interessi culturali non erano simulati, e i suoi interessi intellettuali erano di gran lunga pi ampi di quelli dei colleghi sui troni d'Inghilterra o Francia. Ci non vuol dire che tenesse in funzione una corte particolarmente scintillante, n che avesse tempo di indulgere alle astruse pratiche negromantiche che i suoi denigratori gli attribuivano.
Cos agli inizi degli anni quaranta Federico, con occhio attento ai vantaggi politici, scrisse al califfo almohade del Marocco sottoponendogli una serie di questioni filosofiche cui rispose un eminente erudito di Ceuta, Ibn Sabin. Ai filosofi musulmani del Medio Oriente, sino al lontano Yemen, furono sottoposti argomenti analoghi, presumibilmente drappeggiati in fluente arabo dall'astrologo di corte Mastro Teodoro, di cui ci occuperemo tra poco. Ibn Sabin comunque non si scompose, facendo notare che l'imperatore non aveva afferrato la terminologia filosofica e lasciando implicitamente intendere che l'unica vera risposta si poneva nell'accettazione della fede islamica. Avesse Federico voluto riceverlo, l'irascibile Ibn Sabin si sarebbe fatto premura di illuminarlo a dovere. Non si pensi alla consueta richiesta di un vitalizio; Ibn Sabin rimand in effetti al mittente la somma che Federico gli fece pervenire. Quanto all'oggetto del contendere, pare che Federico avesse gi contratto il virus delle idee aristoteliche, pur essendo impantanato in una distesa di comprensibili perplessit; non era certo agevole mettere d'accordo queste nuove e oscure rivelazioni con l'affermata e tuttora dominante teoria platonica delle forme. Chiedere a Ibn Sabin quale ragionamento avesse seguito il sommo pensatore per dimostrare l'eternit della materia rivela una conoscenza generica delle sue tesi ma al contempo una carenza di disponibilit o di comprensione delle sue sottili disquisizioni; sappiamo che altri problemi, come l'immortalit dell'anima, agitavano Maimonide e Averro. Ci troviamo dunque di fronte a un intellettuale che desiderava approfondire concetti orecchiati e mutuati in un fuoco d'artificio di inesattezze, concetti le cui drammatiche implicazioni per la teologia ancora dovevano essere analizzati. Alquanto meno impegnativi erano altri quesiti; a Judah ha-Cohen venne richiesto di risolvere alcuni rompicapo geometrici, mentre la scuderia di "cervelli" di al-Kamil fu messa alla frusta per spiegare su richiesta dell'imperatore, "inter alia", perch un bastoncino parzialmente immerso in acqua sembri piegarsi.
Haskins ha portato alla luce un'altra sequenza di domande, questa volta rivolte all'astrologo e medico scozzese Michele Scoto; laddove negli esempi precedenti risulta incerto chi sia il proponente, qui, se dobbiamo prestar fede alla parola di Scoto, udiamo la voce dell'imperatore. Federico pretendeva niente di meno che una descrizione dell'universo dalle fondamenta alle sfere celesti pi esterne. Questi, sosteneva Federico, erano i nodi centrali dell'esistenza. Spesso aveva sentito parlare delle stelle e della natura - le persone, gli animali e i minerali del mondo conosciuto - ma vi erano segreti al di l degli astri: il paradiso, il purgatorio, l'inferno. Dov'erano situati e chi ne era a capo? In quale cielo  Dio nella persona della Sua Divina Maest e come  seduto sul Suo trono e come  accompagnato da angeli e santi, e cosa fanno essi ininterrottamente dinnanzi a Lui? Si aggiungono domande sulle acque, dolci e salate, che si trovano sul pianeta, con tutta probabilit in rapporto alla spiegazione, fornita nella "Genesi", che la terra stessa  sospesa tra "acque". Un altro dei quattro elementi naturali, il fuoco, scaturisce dalla terra sull'Etna e nelle isole Lipari al largo della Sicilia; Federico chiede delucidazioni sui vulcani, sui geyser e altri fenomeni consimili, senza dubbio facendo riferimento a osservazioni personali.
Il salto dalla descrizione dei cieli a un'analisi della natura dell'acqua salata o dello Stromboli  breve, poich il cielo di cui parla Federico  una realt materiale. L'anima stessa in un certo senso partecipa delle leggi della fisica e non si colloca su un diverso livello di realt. Una concezione positiva dell'universo stava rapidamente prendendo forma grazie a quei teologi e filosofi che nel Dodicesimo secolo avevano cominciato a identificare il purgatorio come un luogo, e non soltanto una condizione nella quale l'anima si sarebbe ritrovata dopo la morte. Si and cos delineando una mappa particolareggiata del cosmo, come ci dice Jacques Le Goff, che avrebbe avuto spettacolari ripercussioni sulla teologia del peccato e anche sull'organizzazione economica della societ terrena. Collocandosi in un momento storico nel quale l'idea del purgatorio come entit reale aveva ormai preso saldo piede, le domande di Federico non sono da considerarsi stravaganti n, tanto meno, espressioni di uno scetticismo di fondo. "Dov' Dio?" viene chiesto; e una dottrina che postuli un Dio in grado di assumere sembianze umane e di ascendere al firmamento non pu esimersi dalle logiche conseguenze del concetto della corporeit e ubicazione divina. Federico non era uomo da accontentarsi dell'usuale spiegazione delle cose ignote e inconoscibili; di mente poco portata alle astrazioni, era attratto dai fatti del mondo materiale. Non era un filosofo nel senso che oggi attribuiamo a questo termine; mirava all'informazione esatta, applicata ai reami di Dio non meno che a quelli degli uomini.
Un manoscritto contiene altro materiale che ameremmo credere genuino. "Diteci se un'anima nell'aldil pu conoscerne un'altra e se possa far ritorno a questa vita per parlare e mostrarsi", e, poco pi avanti: "Come mai l'anima d'un vivente che  passata a un'altra e diversa vita non pu essere indotta a tornare dall'amore in primo luogo od anche dall'odio, come se nulla fosse stato, n sembra affatto curarsi di ci che ha lasciato dietro di s, se si sia salvato o andato perduto?" Questo brano ha suscitato appassionate discussioni, ma non si pu escludere un'interpolazione successiva. Diversamente, ci si proporrebbe l'immagine di un Federico sensibile e affettuoso che in generale gli storici rifiutano: il Federico la cui prima moglie, Costanza, seppe far breccia nel suo cuore pi di ogni altra donna in seguito, e i cui nemici (pensiamo a Gregorio Nono) gli ispirarono una ripugnanza che neppure la loro morte valse a estinguere; il cui figlio Enrico rec disperazione e tragedia alla dinastia imperiale. Le medesime curiosit intellettuali sono forse alla base delle ridicole storie che circolarono nell'Italia contemporanea; l'intrigante Salimbene racconta che Federico fece stipare un condannato in un barile sino a provocarne il soffocamento, con l'intenzione di accertare se si potesse scorger l'anima abbandonare l'incomoda posizione.  estremamente improbabile che l'imperatore praticasse questo genere di ricerche.
Michele Scoto non era per natura incline a sottrarsi alle responsabilit, anche se le sue doti intellettuali non erano proprio quelle che amava supporre. "Se ci si chiede, dove risiede il Dio degli Dei, e Signore dei potenti dell'universo della terra e del cielo? rispondiamo che, seppur Egli sia in potenza ovunque, Egli  tuttavia sostanzialmente nella sfera intellettuale" - con qualche confusione in merito alla collocazione dell'empireo al centro o nel sud dell'architettura celeste. Scoto compil per l'imperatore descrizioni del mondo materiale, opere di astrologia e alchimia, non aliene da influssi classici e medievali ma neppure prive di una certa originalit. Nuova, ancorch inadeguata alla luce delle attuali conoscenze,  la sua interpretazione del fenomeno dell'arcobaleno. Alquanto vanitoso, Scoto proclamava con orgoglio di aver assistito alla trasmutazione del rame in argento, o di potersi far garante della veracit dei dotti musulmani di Maiorca e Tunisi; pure, fu un pioniere nel campo dell'alchimia, capace di introdurre in Occidente, con l'aiuto di colleghi ebraici (di norma diffidenti di questa disciplina), una raffinata chimica sperimentale finalizzata tra l'altro alla produzione di oro a buon prezzo. Quale traduttore di testi di Aristotele, e discepolo dell'astronomo arabo al-Bitrugi, diede poi un grosso contributo alla trasmissione del sapere della Spagna musulmana all'Occidente cristiano (la sua traduzione di al-Bitrugi in realt  precedente all'insediamento presso la corte sveva). Scozzese trapiantato a Toledo, Scoto rappresent il legame tra la corte imperiale e i centri spagnoli di traduzione pi attivi; e fu di prezioso aiuto alle ricerche ornitologiche di Federico. Senza dubbio l'imperatore apprezz in modo particolare le sue versioni di Aristotele sugli animali ("De animalibus") e di un pi succinto saggio sullo stesso argomento del filosofo persiano Avicenna (Ibn Sina). Questi libri avrebbero avuto peso rilevante sul metodo di approccio di Federico all'arte della falconeria. Scoto svolse anche funzioni di mago e astrologo. Arrivato a corte in un momento imprecisato tra il 1220 e il 1224, rimase con Federico sino alla morte, avvenuta attorno al 1236, si suppone, a causa del crollo della volta di una chiesa. La sua carriera a palazzo fu perci relativamente breve; in precedenza aveva frequentato i circoli papali, sotto Onorio Terzo e Gregorio Nono, approfittando della tregua tra Santa Sede e impero per ottenere favori da entrambi. In ricompensa dei suoi servigi gli venne offerta una prebenda senza obbligo di residenza a Cashel in Irlanda, che con rara onest rifiut adducendo a motivo il fatto di non conoscere il gaelico. Era dunque una figura di spicco in Italia, uno studioso che si supponeva avesse indagato i pi riposti segreti dell'universo in compagnia dei negromanti di Toledo, indovino egli stesso. Magia o meno, pretese, con alterna fortuna, di curare le malattie dell'imperatore e mostr un interesse non superficiale per la fisiologia, ginecologia compresa. Le sue teorie astrologiche furono messe alla prova da Federico. Era opinione corrente che le stelle e i pianeti fornissero un'imparziale guida scientifica al comportamento umano, senza per questo determinarlo. Scoto sosteneva che fossero una pericolosa fonte d'informazione, potendo le emozioni dell'astrologo e innumeri altri fattori contribuire a letture errate, ma era pronto a rischiare la propria reputazione, come quando azzard una previsione sulla guerra lombarda:

"Iniziai, come d'uso, a cercare il signore dell'ascendente per l'imperatore che ne aveva fatto richiesta e il signore della settima casa per la parte avversa, in modo che dalle loro posizioni nei segni e nella "figura" potessi ricavare quale sarebbe stato l'esito tra l'interrogante e i suoi nemici".

Fortunatamente per Federico il signore dell'ascendente era il possente Marte, mentre la settima casa era presidiata dalla debole Venere; non v'era dubbio che il nemico avrebbe supplicato la pace. "Tale congiunzione significava dunque vittoria del principe per fermezza sui suoi avversari, e prontamente, senza ritardo".
Su consimili certezze si fonda l'analisi di Scoto del mondo naturale. Chi desideri sapere se una donna incinta partorir un maschio o una femmina, non ha che da chiederle di allungare una mano. Se porger la destra, sar un maschio; se la sinistra, una femmina. Chiacchiere da vecchie comari, ancor oggi prese sul serio. La mania del vaticinio a tutti i costi traspare nella minuziosa descrizione che Scoto fa dell'importanza degli starnuti; persin troppo facile liquidare simili commenti con una scrollata di spalle, ma si deve tenere presente che Scoto si sforzava di metter ordine in un universo poco conosciuto, individuando connessioni razionali tra due livelli di comportamento (le stelle e il corpo umano) che in associazione palesavano la fortuna dell'individuo. L'astrologia era intrinsecamente "scientifica", in quanto mirava ad esprimere regole esatte sulle prestazioni di oggetti animati e inanimati; suo fondamento era l'ipotesi che l'universo sia un tutto armonico, che ogni cosa si collochi in un insieme ordinato di interrelazioni, o piuttosto in un elaborato meccanismo che lega il moto delle sfere agli stati d'animo dell'uomo. Oggi sappiamo quanto sia illusorio affidarsi ai pianeti e alle stelle, ma in un cosmo costruito "a misura" del Tredicesimo secolo il valore dell'astrologia non poteva essere messo in discussione.
Tuttavia Federico aveva i suoi dubbi. Una volta chiese a Scoto, ricevendone rapida soddisfazione, di misurare la distanza dalla cima di un campanile al cielo. Di l a qualche giorno rinnov la richiesta, dopo aver provveduto in gran segretezza a "ribassare" di una decina di centimetri la torre. Superfluo dire della sua stupefazione quando il mago di corte comment che la volta celeste doveva essersi allontanata un po' dalla terra, ovvero che la torre si era rimpicciolita. Le articolate teorie di Scoto sulle sette sfere vanno analizzate nel contesto delle idee ebree, cristiane e musulmane circolanti nel Tredicesimo secolo (i cabbalisti disquisivano di non meno di dodici cieli), ma  evidente che il negromante credeva in Dio e assegnava a se stesso il compito di illustrarne la creazione. Ridotta  dunque la distanza tra l'imperatore che interrogava il suo esperto sulle dimensioni dell'universo e il filosofo portato per "forma mentis" a giudicare ragionevoli le questioni del tipo proposto da Federico. In quest'ottica, possiamo ben comprendere le perplessit di Ibn Sabin. Si potrebbe dire che le domande a Scoto rivelano come Federico fosse in un certo senso sotto il suo incantesimo intellettuale, indirizzato a porre quel genere di quesiti che Scoto gli aveva insegnato.
Il posto di Scoto venne occupato dopo la sua morte da mastro Teodoro, probabilmente un cristiano giunto da Antiochia. Molto meno ci  noto di questo personaggio, che l'imperatore non pretendeva con s in tutti i suoi spostamenti. Al pari di Scoto, rivestiva funzioni di medico non meno che di indovino, ed era opinione corrente che le confezioni di violette candite che ammanniva a Pier delle Vigne e a Federico avessero un certo valore terapeutico. Per l'imperatore compose un trattato d'igiene rifacendosi a un testo erroneamente attribuito a Aristotele. La conoscenza dell'arabo gli procur responsabilit che il suo predecessore non aveva avuto, ad esempio la corrispondenza con il sultano di Tunisi, un compito di delicata diplomazia nei confronti di un monarca maomettano tributario. Il nipote di quest'ultimo era fuggito in Italia, autorizzando nel pontefice speranze di battesimo, ma Federico lo trattenne sotto sorveglianza senza mostrare alcun interesse per un'eventuale conversione. Pu darsi che questo scambio epistolare avesse come oggetto anche problemi scientifici. La scelta di Teodoro ci fa supporre che l'imperatore avvertisse dolorosamente la perdita di Michele Scoto; di questi per il nuovo astrologo aveva certo minor esperienza.
Il gran conto in cui Federico teneva gli astrologi non destava alcuno scalpore; non aveva Scoto trovato accoglienza presso la stessa Santa Sede? Tutti i suoi alleati e rivali, a cominciare da Ezzelino da Romano, avevano i propri "interpretatori degli astri". Semmai Federico si discosta dai contemporanei per la scarsa considerazione della cultura latina classica. A parte le opere mediche, e gli studi legali culminati nelle "Costituzioni di Melfi", c' veramente poco. L'Universit di Napoli, fondata per volont imperiale nel 1224, ebbe un'esistenza travagliata; il suo pi brillante allievo, Tommaso d'Aquino, trov gloria a Parigi e altrove. Qualche scarna ricerca di filosofia naturale sotto Arnoldo il Catalano e Pietro d'Irlanda (Petrus de Hibernia) non nasconde il fatto che scopo principale dell'ateneo era lo sfornare notai e magistrati per i ranghi amministrativi; il suo fondatore era convinto che l'istruzione pratica avesse maggiore importanza della vivacit intellettuale. La scuola medica di Salerno sub l'ingerenza regia in materia d'esami a partire dal 1231 e con rapidit impressionante si vide portar via il primato da istituti nordici (in particolare Montpellier, nelle terre della Corona d'Aragona) meno farraginosi nell'insegnamento e inclini ad arricchire le prescrizioni di Galeno con nuove conoscenze mediate da ebrei e musulmani o acquisite attraverso l'osservazione empirica. La reputazione della scuola di Salerno bene o male dur sino al Sedicesimo secolo, ma le intromissioni dell'imperatore ebbero conseguenze disastrose come gi si era verificato per la vitalit mercantile di numerosi porti, Salerno compresa. Ad ogni modo risulta che Federico, analogamente ai suoi predecessori normanni, preferisse servirsi di medici di formazione non salernitana - Scoto, Teodoro e fors'anche qualcuno dei suoi filosofi ebrei.
La tesi di Haskins, secondo la quale la corte sveva era un cenacolo di lettere latine, ha il difetto di reggersi su sedici esempi disseminati lungo l'intera esistenza di Federico e comprendenti tra gli altri Pietro da Eboli, che aveva incensato Enrico Sesto, e Leonardo Fibonacci, gi attivo assai prima di esser preso sotto l'ala protettrice dell'imperatore. Alcuni dei "nomi eccellenti" di Haskins si riferiscono a traduttori dall'arabo - Scoto e Teodoro; uno  il poeta latino Enrico di Avranches, nobile figura i cui tre carmi in lode di Federico fanno per parte di una produzione assai pi vasta e indirizzata a vari protettori in Francia, Inghilterra e presso la corte papale. Nonostante l'attrazione di Napoli come luogo di sepoltura del mago e poeta Virgilio, pochi verseggiatori latini operarono entro i confini dell'Italia meridionale agli inizi del Tredicesimo secolo; Jacopo da Benevento tradusse in latino le edificanti massime del poeta dialettale Schiavo di Bari, e con ogni probabilit fu anche autore originale, mentre Riccardo di Venosa, un impiegato statale, dedic una commedia in versi a Federico pi o meno all'epoca della sua crociata. Potremmo citare qualche altro esempio, ma la produzione  tutt'altro che copiosa, soprattutto ove la si raffronti a quella dei successori angioini di Federico sul trono di Napoli. Poco interessato alle opere religiose, non risulta che l'imperatore abbia incoraggiato la compilazione di sermoni e biografie di santi come prima e dopo di lui fecero numerosi sovrani siciliani.
In un particolare settore la corte di Federico vide comunque fiorire la letteratura latina. Pier delle Vigne e i suoi segretari diedero rinnovato impulso allo studio della retorica componendo lettere e orazioni floride ma per quei tempi assai levigate. Le stoccate di delle Vigne erano temute nella curia papale e i funzionari di Federico si distinguevano in Europa per la facilit con cui potevano rispondere al raffinato stile delle bolle e della propaganda pontificia. Va ricordato che l'oratoria era ormai insegnata in tutte le maggiori scuole e universit del Nord Italia (non  escluso che delle Vigne abbia frequentato l'ateneo bolognese); a Cremona, Arezzo e altrove erano in gran voga manuali di corrispondenza epistolare e trattati di arte dell'eloquenza. Una nuova leva di burocrati, necessari per i complessi bisogni delle municipalit da un lato e delle monarchie siciliana e papale dall'altro, veniva addestrata all'uso del latino; la corte sveva era soltanto parte di un movimento di pi ampio respiro. D'altronde l'Italia meridionale, Capua in particolare, si era gi affermata come centro di retorica prima dell'avvento di Federico; il curriculum di Tommaso di Gaeta, o del cardinale Tommaso di Capua, morto nel 1229, indica che pi o meno all'epoca della nascita di Federico la Bassa Italia era un polo di studi latini; da questo ambiente accademico scaturirono i pubblici ufficiali amalfitani e salernitani che avrebbero dominato l'amministrazione siciliana sotto Federico e i suoi successori. Grande risalto  stato dato alla fondazione negli anni venti dell'Universit di Napoli, il primo istituto di studi superiori fondato da un re; ma la sua esistenza fu stentata, tenuta su dal divieto di Federico di iscriversi all'Universit di Bologna; e in ogni caso le sue origini vanno ricercate nelle prospere scuole di retorica di Capua e dintorni. Lungi da me l'intenzione di sminuire l'operato di Pier delle Vigne, Terrisio di Atina e altri maestri, i quali non si limitarono a scrivere su ordinazione, ma vergarono lettere satiriche e filosofiche cui nei due secoli successivi si sarebbero ispirati stuoli di ammiratori. Non era il latino conciso eppur denso di un novello Cicerone, ma uno stile barocco, allusivo, apprezzato perch costituiva un esempio eccellente di un modo adottato dai retori dell'Alta Italia. In altri termini, Pier e i suoi colleghi vanno considerati non degli iniziatori ma degli imitatori, capaci per di superare i loro insegnanti di Bologna e Capua. A darci un'idea della loro prosa saranno sufficienti un paio di frasi in cui il corpo scrive all'anima, lamentando la separazione conseguente al decesso e ricordando piaceri carnali e glorie marziali:

"Ubi est uxor pulcherrima velud stella cum qua cotidie lecto florido amplexibus et basiis delectabar? Ubi sunt equi arma et indumenta serica deaurata quibus cum militibus decorus cottidie apparebam?"

Un tempo il corpo aveva tratto diletto da una splendida moglie ed aveva cavalcato in abiti di seta intessuti d'oro in compagnia di un plotone di cavalieri. Ma ora il corpo soffre gran tormento sotto la terra gelata. Espressioni vivaci, non c' che dire, e i vertici della satira vengono raggiunti da una finta allocuzione di papa Gregorio alla sua gerarchia, indirizzata alla "fornicacioni vestre", "vostra fornicazione", anzich alla "fraternitati vestre". Entrambe le lettere appartengono a una raccolta di "exempla" messa insieme da un notaio di Ischia, probabilmente un certo Giovanni de Argussa, e rappresentano uno dei tanti frutti della vivace scuola di retorica capuana. Ancora nel 1400 un latinista a Lubecca copi le missive ischiane - chiara evidenza della tenace qualit di questa prosa.
Dati i costi proibitivi, la corte sveva fu soltanto, a dispetto dell'opinione prevalente, una copia sbiadita dell'opulenta corte normanna e un'ombra della dominazione angioina. Vi erano animali meravigliosi, nessuno lo nega, ma si tendeva a lesinare per quanto possibile nei palazzi e nelle arti figurative. Alcuni dei mosaici della grandiosa cattedrale di Cefal sulla costa settentrionale della Sicilia risalgono presumibilmente al regno di Federico, ma gli imponenti cicli musivi siciliani erano ormai soltanto un ricordo; in parte perch era venuto a mancare il pungolo di Costantinopoli, che aveva spinto i Normanni a imitare le sontuose basiliche d'Oriente; in parte per la riluttanza di Federico a rendere omaggio a una Chiesa dalla quale aveva subto molti torti; in parte infine a motivo dell'inderogabile necessit di risparmiare. Fanno eccezione un certo numero di casini di caccia, castelli e la massiccia porta di Capua, su cui avremo modo di soffermarci in seguito. Molto veniva speso in favolosi doni ai potenti dell'area mediterranea; il sultano d'Egitto, in cambio di uno splendido planetario del presunto valore di 20000 marchi, inviato nel 1232, si vide recapitare un orso polare (semprech non si trattasse di un esemplare albino - comunque abbastanza raro) catturato durante una scorreria nelle lontane terre del Nord. Essendo ad un tempo orologio e mappa celeste, sarebbe stato difficile escogitare un regalo pi gradito a Federico. Evidentemente la sua passione per le scienze naturali era nota anche a Damasco.
Tra gli interessi scientifici dell'imperatore un posto a s stante ebbe comunque la vita degli uccelli, e in particolare dei falconi. L'amore per la caccia, associato a un acuto spirito d'osservazione, sfoci in uno dei massimi trattati ornitologici di ogni epoca. La falconeria merita dunque un'ampia digressione.

...

2.

I falconi rappresentarono per gli Hohenstaufen quello che i cavalli sono per la casa di Windsor. Nella sua esaltazione per la caccia con gli uccelli da rapina Federico trov degni emuli nei figli illegittimi Manfredi (futuro sovrano di Sicilia) e Enzo, re di Sardegna; il primo rivide il testo del saggio paterno, mentre al secondo venne dedicata una traduzione francese del manuale di caccia di Yatrib, redatto originariamente in persiano. Di fatto gi Ruggero Secondo aveva ordinato a un falconiere di compilare sullo stesso argomento una monografia (purtroppo andata perduta), per cui l'interesse di Federico pu essere considerato la continuazione di un consolidato fenomeno normanno. Si vuole che Federico, in risposta ad una delle fastidiose lettere con cui il gran khan dei Mongoli lo invitava a sottomettersi al suo volere o a rinunciare alla corona, abbia risposto che volentieri sarebbe disceso dal trono se gli fosse stata data la possibilit di diventare falconiere del khan. Dagli archivi insolitamente ben forniti del biennio 1239-40 si evince d'altro canto che i falchi pellegrini erano secondi soltanto alle cure del governo nelle occupazioni quotidiane di Federico; quaranta documenti hanno per oggetto i falconi, ed elencano pi di una cinquantina di falconieri reali. L'imperatore prende accordi per una "retata" di falconi a Malta; si assicura una partita di girofalchi artici a Lubecca; addirittura stende una dettagliata relazione sulle prede - vi sono lettere che descrivono la cattura di gru nella regione di Gubbio e sollecitano i vari giustizieri nell'Italia sudorientale a procurarsi gru vive da utilizzare nelle sessioni a scopo di addestramento. In un'altra missiva leggiamo del suo interessamento per la guarigione di un falconiere nel Meridione. La ricerca di esemplari e informazioni spaziava dalla Groenlandia al Dar al-Islam: l'astrologo siriano Teodoro venne incaricato di tradurre il "De scientia venandi per aves" del musulmano Moamyn e durante l'interminabile assedio di Faenza Federico mise mano al manoscritto, a quanto sembra correggendone il testo. Supposto sia vero, bisogna dire che Federico aveva con l'arabo maggior dimestichezza di quanto in genere gli si attribuisca.
"De arte venandi cum avibus" va interpretato su due piani:  una guida per il cacciatore, ma offre anche precise notizie ornitologiche non soltanto sui falconi ma anche sulle loro prede. Federico trasse ispirazione da Aristotele e in particolare dal "De animalibus", che era stato tradotto a corte, ma si industri di affinarne i metodi, privilegiando l'osservazione, l'indagine empirica, e non esitando all'occorrenza a correggere le errate annotazioni dello stesso Stagirita, il Maestro di Coloro Che Sanno. Questa capacit di applicare gli insegnamenti di Aristotele senza per restarne succube  uno dei motivi essenziali per cui il "De arte" dev'essere reputato una notevole impresa intellettuale e scientifica. Federico saccheggi altri "libri di filosofi" e si fece un dovere di leggere tutto ci che di contemporaneo era stato scritto sulla caccia; in caso di dubbio faceva per fede ci che vedeva con i propri occhi, o veniva a conoscere grazie al suo staff di falconieri. Soleva dire, in rimprovero a Aristotele e ad altre celebrit, ch'egli mirava a "mostrare le cose che sono, come sono" ("manifestare ea que sunt, sicut sunt") - una frase che troppo spesso  stata presa a epigramma dell'intero suo regno.
L'attento falconiere si trasforma cos magicamente nel realista convinto, laddove di fatto l'imperatore poteva essere ostinato a dispetto della realt politica e insistente a proposito di diritti che difficilmente gli sarebbero stati riconosciuti. Incoerente in politica, fu invece tutto l'opposto in biologia, e l'"Arte di cacciare con gli uccelli"  un'opera scientifica di tutto rispetto, esatta e disadorna nel descrivere i costumi di nidificazione dei falconi e delle loro vittime, implacabile nello smantellare i luoghi comuni, frutto di sperimentazione e profonde meditazioni. Federico volle ad esempio andare a fondo delle storie secondo le quali le bernacle o oche dalla faccia bianca nascevano non da uova ma da cirripedi marini, oppure da alberi; si fece dunque portare dei frammenti di legno carichi di cirripedi e argu correttamente che vi era una confusione tra la forma dei cirripedi e quella delle oche, ma nessun legame biologico. Ed ancora: gli avvoltoi individuano la preda con la vista o con l'odorato? La risposta all'azione diretta: cucendo le palpebre di alcuni esemplari in cattivit, Federico dimostr che gli occhi erano indispensabili.
Il trattato sopravvive in due versioni, l'una in sei volumi, tutta farina del sacco di Federico, e l'altra in due volumi soltanto, con aggiunte, di poco conto, del figlio Manfredi. Un manoscritto di quest'ultima versione, arricchito da meticolosi e sgargianti disegni degli uccelli,  gelosamente custodito nella Biblioteca Vaticana; ma abbiamo motivo di pensare che un tempo l'imperatore possedesse una meravigliosa copia di questo o di un altro libro sulla caccia. Nel 1264 o 1265 un milanese offr a Carlo d'Angi, conte d'Anjou e Provenza e prossimo re di Sicilia, una copia dell'opera predata insieme ai tesori dell'imperatore a Parma; vi si potevano ammirare una miniatura di Federico assiso sul trono e magnifiche illustrazioni di cani e uccelli. In realt pu darsi che non si trattasse del "De arte", ma di una seconda opera, sui falchi in generale (dei quali il falcone  una sottospecie). Ad ogni buon conto, Manfredi setacci gli appunti paterni disseminati nei vari castelli pugliesi prima di accingersi alla sua revisione del trattato - pare che Federico avesse accumulato annotazioni per oltre trent'anni. Nonostante siano andati perduti numerosi capitoli inerenti le malattie degli uccelli, l'opera  di mole considerevole; il manoscritto della Biblioteca Vaticana comprende soltanto centoundici fogli, ma la versione in sei volumi raggiunge i 589 fogli in una copia del Quindicesimo secolo preparata per il nuovo pretendente al trono di Sicilia.
Non si trattava soltanto di una pubblicazione scientifica, maturata nell'atmosfera che avevano saputo creare Michele Scoto e mastro Teodoro. Il concetto informatore  che la falconeria  degna di ogni sforzo in quanto  lo sport dei re. "Le gru sono i pi famosi tra tutti i pennuti che gli uccelli da preda imparano a cacciare e il girifalco  il pi nobile degli uccelli da preda e quello che cattura le gru meglio degli altri falconi e il pi abile nell'inseguirle". Lo scopo  di migliorare una nobile arte e di ricavare dalla caccia la massima soddisfazione; ci significa addestrare i falconi per sfruttarne al meglio le doti innate. La natura riversa sui falconi abilit straordinarie; esserne partecipi vuol dire osservare la natura non meno che godere di un incomparabile passatempo nel senso pi ovvio del termine.  possibile accedere alla piena potenzialit del falcone; ci troviamo ai margini di un mondo aristotelico le cui attivit, umane e animali, sono descritte alla luce della loro funzione.
Ma Federico non trascorreva tutte le sue giornate venatorie in contemplazione dei pi reconditi significati dello sport. In Puglia egli fece erigere varie dimore di caccia, la pi celebre delle quali  quella di Castel del Monte, con la sua semplice pianta ottagonale. Federico era un cacciatore accanito e il suo amore per i falconi in particolare gli dava la possibilit di spaziare in tutti i suoi domini, dalla Foresta Nera alla Puglia e alla Sicilia, persino in Siria, dove molto apprese sulle tecniche di ammaestramento. Corrado di Ltzelhard, cavaliere teutonico,  il presunto autore di un manuale sulla caccia al cervo che ebbe vasta diffusione in Germania. Una giornata di battuta si sarebbe risolta tragicamente quando il campo imperiale a Vittoria, nei dintorni di Parma, venne lasciato incustodito. I ghepardi allietavano la corte nei suoi spostamenti, esibiti nel serraglio non meno che impiegati sul campo. "In un'altra epoca, -  stato detto, - avrebbe potuto dedicarsi alla caccia grossa in Africa o esplorare la fauna del corso superiore delle Amazzoni con l'energia di un Theodore Roosevelt"; si fosse trovato di fronte all'orsacchiotto di Roosevelt, senza dubbio anch'egli l'avrebbe risparmiato (impadronendosene per il suo zoo personale), ma pi per curiosit scientifica che per compassione.

...

3.

Nella storiografia tradizionale, l'immagine di Federico quale "meraviglia del mondo" si fonda unicamente sui suoi interessi scientifici e sugli aspetti drammatici del conflitto che lo oppose al papato. A lui vanno incondizionati applausi in qualit di fondatore della poesia lirica italiana. Risalendo le loro origini alla corte sveva, i poeti italiani del Tredicesimo secolo furono denominati "scuola siciliana"; Dante, consapevole dei progressi e dei nuovi orientamenti tenuti a battesimo dai suoi immediati predecessori in Toscana (soprattutto Cavalcanti), tenne disgiunti i Siciliani dal "dolce stil novo" contemporaneo, ma ai suoi occhi la poesia amorosa italiana era una novit relativa, approdata alla corte siciliana soltanto nella prima met del Tredicesimo secolo - vale a dire, oltre cent'anni dopo Guilhelm de Peiteu, duca d'Aquitania e iniziatore della lirica trovadoresca. Tale era la forza della tradizione provenzale che lo stesso Dante Alighieri prese in considerazione l'idea di scrivere in quella lingua la "Commedia"; impossibile dire se ne sarebbe stato immortalato il provenzale o se il suo capolavoro avrebbe trovato oscura inumazione. N si pu dire che Dante giudicasse particolarmente raffinato il dialetto "siciliano" in cui furono espressi i primi versi italiani. Egli era pi colpito dai mecenati dei cantori che dal linguaggio della poesia:

"E in verit quegli uomini grandi e illuminati, Federico Cesare e il suo degno figlio Manfredi, seppero esprimere tutta la nobilt e dirittura del loro spirito, e finch la fortuna lo permise si comportarono da veri uomini, sdegnando di vivere da bestie. Ed  per questo che quanti avevano in s nobilt di cuore e ricchezza di doni divini si sforzarono di rimanere a contatto con la maest di quei grandi principi, cosicch tutto ci che a quel tempo producevano gli Italici pi nobili d'animo vedeva dapprima la luce nella reggia di quei sovrani cos insigni".

Le osservazioni di Dante sollevano pi di un problema. Questa poesia era siciliana (o almeno meridionale) per origini, carattere ed espressione? Ovvero Palermo attirava rimatori di diversa provenienza - Lombardi, Toscani, Liguri, Provenzali, nonch nativi del "regnum" - sommariamente classificati come "Siciliani" perch il loro patrono era re di Sicilia? Temi o tecnica rendevano questa lirica originale? O molto, forse tutto, essa doveva ai grandi trovatori provenzali, i "Minnesanger" tedeschi e i "trouvres" del Nord della Francia?
Tenendo conto della scomparsa di gran parte della produzione "siciliana", possiamo azzardare qualche risposta chiarificatrice. Giacomo da Lentini, di natali siciliani, notaio imperiale e membro del seguito di Federico, sembra essere l'inventore della composizione in quattordici versi che va sotto il nome di sonetto. E. F. Langley, che ne pubblic le opere nel 1915, rilev che "nella forma del sonetto Giacomo non ha antecessori che ci siano noti"; venticinque dei trentacinque sonetti siciliani conosciuti da Langley furono tutto sommato attribuiti a Giacomo da Lentini, per cui la sorgente di questa forma metrica, seppur egli non ne fu il creatore, va collocata tra i verseggiatori siciliani. D'altra parte il certificato di nascita di Giacomo non era affatto inusuale. Quasi tutti i poeti che ruotavano attorno a Federico Secondo erano siciliani purosangue, molti messinesi di nascita o comunque della costa orientale: Stefano Protonotaro veniva dalla regione di Messina, cos come Guido delle Colonne, Odo delle Colonne, Rosso Rosso (signore di Villa Sperlinga e Martini e creditore di Federico Secondo), Mazzeo di Ricco e altri. Di Iacopo Mostacci alcuni dicono fosse messinese ed altri pisano, ma la discrepanza non deve sorprenderci: molti degli abitanti di Messina agli inizi del Tredicesimo secolo erano originari del Nord Italia. Pu darsi che la predominanza di Messina sia legata a una casuale sopravvivenza di manoscritti, ma  pi verosimile che l'operoso, esuberante porto, con la sua larga popolazione di residenti, fornisse un ambiente ideale all'importazione di mode dal Nord Europa - non soltanto nel campo tessile, ma anche in quelli linguistico e letterario. Del resto la Sicilia orientale fu teatro del massimo afflusso di coloni latini, nello scoperto tentativo di occupare le terre abbandonate, privare i musulmani delle loro propriet e trasformare la Sicilia in un'isola fondamentalmente cristiana. Iacopo Mostacci non fu certo l'unico poeta "siciliano" di matrice continentale. Ne deriv dunque per forza di cose una babele di lingue romanze, tanto che in certi remoti villaggi dell'interno della Sicilia orientale si possono ancora oggi ascoltare parlate di lontane ascendenze liguri o di altre regioni, ma ci non toglie che all'alba del Tredicesimo secolo l'italiano fosse diventato uno degli idiomi della Sicilia, insieme al greco della popolazione bizantina e all'arabo dei musulmani e degli ebrei. Non che si trattasse di un vernacolo organico e coerente; i poeti stilizzarono e standardizzarono il volgare della Sicilia orientale, intrecciandolo con figure retoriche di derivazione latina per creare un dialetto letterario elegante ancorch ampolloso. Non diversamente avevano comunque agito i trovatori provenzali - i loro componimenti poetici erano declamati in una lingua formalizzata di cui nessuno in concreto si serviva ma che qualsiasi cortigiano era in grado di comprendere ed apprezzare. L'evolversi dei poemi nati in Sicilia complica ulteriormente le cose. Infatti molti dei manoscritti rimastici sono toscani e rispecchiano l'interesse delle successive generazioni di poeti per i presunti fondatori della loro arte. La lirica ha perci ripetutamente subto un processo di toscanizzazione, con relativi cambiamenti ortografici e persino terminologici al fine di conformarsi al dialetto della Toscana del tardo Tredicesimo secolo. Si pu capire quali formidabili ostacoli incontrino gli storici della letteratura che vogliano rintracciare l'originale siciliano.
L'idioma letterario dei poeti siciliani venne ulteriormente arricchito (o confuso) dalla presenza alla corte sveva di elementi non isolani: soprattutto meridionali come Rinaldo d'Aquino, Folco di Calabria e il celeberrimo Pier delle Vigne, autore di versi tormentosamente plumbei. Il genovese Percivalle Doria ebbe forse contatti artistici con i rimatori siciliani e fuor di dubbio politici con Federico Secondo. La costa orientale non aveva l'esclusiva: ricordiamo il famoso Cielo d'Alcamo e un paio di Palermitani. La gran parte dei poeti rivest cariche ufficiali sotto l'imperatore o suo figlio Manfredi. Nell'unico registro imperiale che ci  pervenuto si fa cenno pi volte a Giacomo da Lentini nella sua veste di sovrintendente di alcuni castelli continentali (1240). Ruggero de Amicis fu ambasciatore in Egitto nel 1241 e rimase coinvolto nella cospirazione del 1246 contro l'imperatore. Iacopo Mostacci si guadagn il favore di Federico per la sua competenza di falconiere; ma fu anche un giurista, abile a districarsi tra i mutamenti di regime negli anni sessanta e settanta. Quanto a Rinaldo d'Aquino, non  chiaro se fosse il fratello di san Tommaso d'Aquino, ma  certa la sua appartenenza ad una potente famiglia campana assai ascoltata dall'imperatore.
Troviamo dunque a palazzo un gruppo di poeti impegnati anche in importanti attivit che nulla avevano a che fare con la lirica. Sotto questo aspetto essi si differenziano dai primi trovatori provenzali: Cercamon e Marcabru, ad esempio, si erano guadagnati da vivere presso le corti della Linguadoca, verso la met del Dodicesimo secolo, esclusivamente componendo versi e canzoni. Il fatto che la corte sveva fosse il principale o per meglio dire unico centro di lirica nel "regno" non deve stupire. La poesia della scuola siciliana, analogamente al patrocinio delle scienze presso la corte di Federico, non riusc a mettere radici profonde, focalizzandosi sulla persona dell'imperatore.  poesia manierata, avulsa dalla tradizione popolare, plasmata sullo stile dei "troubadours" e dei loro imitatori germanici;  poesia composta per intrattenere la corte, o piuttosto la ristretta cerchia dell'imperatore, senza alcuna intenzione di dar vita ad una forte letteratura europea (anche se possiamo scusare numerosi eruditi italiani per averci voluto dare questa chiave di lettura).
Per spiegare le caratteristiche del cenacolo di Federico  necessario risalire alle fonti della lirica amorosa provenzale e confrontare l'ampio panorama letterario della Linguadoca del Dodicesimo secolo con la tavolozza molto pi misera della corte di Federico. I poeti siciliani trascurarono infatti - il che  di per s significativo - molti argomenti. Il primo punto da porre in risalto  che le origini dell'amor cortese restano avvolte nel mistero; trattatelli moreschi, carmi ovidiani, folclore popolare, persino eresie catare in codice criptico sono stati tirati in ballo per spiegare la comparsa nella Francia meridionale, attorno al 1120, dei primi "troubadours". Iniziatore indiscusso di questa nuova forma espressiva fu Guilhelm de Peiteu, o Guglielmo d'Aquitania, guerriero brutale ma anche autore di qualche rima delicata e di molte pi strofe che anche ai lettori moderni, ancorch avvezzi a simile linguaggio, potrebbero apparire alquanto esplicite. Contrariamente a quanto si crede, i primi trovatori non esaltavano l'amore "platonico"; scopo del loro prodigarsi era il soddisfacimento carnale e ci volle tempo perch la donna fosse innalzata su un piedestallo. Gi in Guglielmo d'Aquitania si intravvedono comunque i germi di questa idealizzazione. Nel corso del Dodicesimo secolo si svilupparono alcuni temi imperniati sull'agonia della separazione: un cavaliere doveva ad esempio imbarcarsi per la Terra Santa, lasciando la sua bella in Linguadoca; oppure, trovata l'anima gemella in Siria, si vedeva costretto a tornare in patria e rinunciare ad ogni speranza di rivederla. Superfluo dire che l'oggetto dei suoi sogni di rado si identificava con la moglie; and diffondendosi un culto dell'adulterio che non poteva mancare di suscitare aspre reazioni nell'ambiente ecclesiastico. Effetto secondario, ma non casuale della crociata contro gli Albigesi fu la distruzione del culto dell'amore nella Francia meridionale o, per meglio dire, il suo trasferimento verso nord alle corti scimmiottatrici dell'Ile de France e della Renania, dove il provenzale cedette il passo al francese e al tedesco.
Talento a parte, tra i pi illustri poeti amorosi nordeuropei vanno ricordati Riccardo Cuor di Leone e Enrico Sesto di Hohenstaufen, irriducibili avversari. Del resto, l'invenzione della nuova moda viene attribuita - a torto o a ragione - al duca d'Aquitania. La coesistenza di personaggi d'alto lignaggio e "jongleurs" di umili origini  un carattere essenziale della lirica d'amore ed  un peccato che lo scarso interesse mostrato a questo riguardo dagli storici (a differenza degli studiosi di letteratura) abbia sinora impedito di apprezzare nel suo giusto valore la partecipazione della nobilt. Non v' dubbio, come ha chiarito Peter Dronke, che la poesia trovadoresca affondi le sue radici in quella produzione popolare che da sempre (valga l'esempio dei componimenti amorosi dell'antico Egitto) sfruttava soggetti analoghi, ma la vera innovazione nel Midi francese del Dodicesimo secolo fu l'improvvisa metamorfosi dello status del poeta: un principe, il duca d'Aquitania, si mise a declamar versi lascivi di fronte al suo codazzo di cortigiani; i testi ebbero l'onore della pagina scritta; il tema prevalente divenne a poco a poco una societ feudale nella quale il cavaliere si trova in contrasto con le regole della stratificazione sociale (la dama  sovente di ceto superiore), con i costumi correnti (si pensi all'adulterio) o con i doveri connessi al suo rango (ad esempio un crociato che ha giurato di combattere per Cristo, ma preferisce brandire la spada per conquistare l'oggetto dei suoi desideri). Principi e cavalieri divennero gli arbitri della produzione poetica; quando non erano essi stessi autori o esecutori, esercitavano un forte ascendente come mecenati o uditorio.
Sul finire del Dodicesimo secolo, nel Nord e nel Sud della Francia e in Germania, la capacit di comporre liriche d'amore in vernacolo si era ormai imposta come una patente di sensibilit che ogni signore degno di questo nome aveva in pratica l'obbligo di esibire. Alla volgarit dei primi poemi si sostituirono immagini magari prive di genialit creativa ma comunque accettabili sul piano estetico. Che il padre di Federico, Enrico, sia o meno l'artefice delle righe seguenti - e i sentimenti espressi ci appaiono lontani dall'Enrico che ci  familiare -  del tutto irrilevante; la tematica era ormai consolidata:

"Reami e paesi mi appartengono quando m'intrattengo con quell'amabile damigella; se m'allontano da lei, perdo ogni potere e ricchezza. Brama e affanno dell'animo sono allora miei compagni... Ella m'appare s virtuosa e leggiadra che, avanti che rinunci a lei, rinuncer alla mia corona".

Una cosa  sicura: la damigella in questione non  l'imperatrice Costanza. Abbia o non abbia letto i voli pindarici del padre, Federico Secondo non pot fare a meno di tener conto dei "Minnesanger" durante la sua ascesa al potere in Germania. Walther von der Vogelweide non fu soltanto l'autore di "Under der linden", "Sotto il tiglio", ma anche un commentatore politico di prim'ordine, e invero la contesa tra Ottone Quarto e i suoi nemici Hohenstaufen fu seguita con assorta attenzione dai poeti di corte. N si tratt di un fenomeno circoscritto alla Germania. I rimatori provenzali non avevano trascurato la satira e l'invettiva politica. Peire Vidal, trovatore di spicco a cavallo del secolo, visit la Sicilia e compose sirventesi dedicati al suo patrono genovese Enrico, conte di Malta, futuro ammiraglio della flotta di Federico Secondo.
Ma anche la Sicilia ebbe in quegli anni i suoi poeti. La reggia di Ruggero Secondo calamit autori arabi e greci; frammiste ai torrenziali e forse insinceri peana celebrativi troviamo liriche amorose di matrice nordafricana o bizantina. La corte regia sembra aver fatto la parte del leone, seppur non mancassero centri satelliti, come quello di Giorgio di Antiochia. Numerosi ospiti francesi devono avere allietato le serate palermitane. Il difetto principale rimane comunque la mancanza di continuit. La "scuola siciliana" risent in misura limitata l'influsso della poesia araba e greca; gli stimoli erano in netta maggioranza provenzali, tedeschi e latini - perch gli eleganti modelli ovidiani e tardo-latini avevano un peso preponderante in una corte dominata dall'appassionato di retorica Pier delle Vigne.
Sono state scritte innumeri sciocchezze nel tentativo di datare i poemi della corte di Federico, o di ricollegare singole composizioni - come quelle ispirate alla liberazione del Santo Sepolcro - a eventi definiti nel tempo, quali ad esempio la crociata imperiale. In realt questi motivi facevano parte di un patrimonio comune e non venivano sfruttati esclusivamente quando l'esperienza personale li rendeva d'attualit. Le esercitazioni poetiche non sono documenti storici ineccepibili; loro fine primario  la ricercatezza, l'uso sapiente di un linguaggio desueto. Darne una valutazione sul piano estetico  tutt'altro che facile, tenuto conto dei profondi mutamenti che Dante e i suoi successori hanno indotto nei gusti del lettore europeo. Onest comunque vuole che si azzardi un giudizio - non limitandosi a quantificare i clichs e gli errori metrici di cui i versi abbondano, ma apprezzandone il dichiarato fine estetico. Punto di partenza delle nostre ricerche non pu che essere il gruppo di poemetti attribuiti a Federico Secondo in persona. In proposito sono sorte discussioni a non finire, ma si pu ragionevolmente concludere che cinque carmi, due dei quali con certezza, siano di suo pugno:

"Oi lasso! non pensai / si forte mi parisse / lo dipartire da donna mia; / da poi ch'io m'alontai, / ben paria ch'io morisse, / membrando di sua dolze compagnia; / e gi mai tanta pena non durai, / se non quando a la nave adimorai. / Ed or mi credo morir certamente, / sed a lei no ritorno prestamente... // Canzonetta gioiosa, / va a la fior di Soria, / a quella c' in pregione lo mio core: / di' a la pi amorosa, / ca per sua cortesia / si rimembri de lo suo servidore, / quelli che per suo amore va penando / mentre non faccia tutto il suo comando; / e priegalami per la sua bontate / ch'ella mi degia tener lealtate".

Nulla in queste frasi pregiudica la paternit di Federico, salvo l'uso dell'italiano come veicolo espressivo. Al di l dei riferimenti alla crociata e dello stile disinvolto, colpisce l'assenza di una qualunque scintilla di originalit. L'imperatore gioca tutte le sue carte sulla manipolazione di una lingua di eccezionale duttilit:

"Secondo mia credenza
non  donna che sia
alta, s bella, pare.
n c'agia insegnamento
'nver voi; donna sovrana.
La vostra ciera umana
mi d conforto e facemi alegrare;
s'eo pregiare - vi posso donna mia,
pi conto mi ne tegno tuttavia".

Le rime reputate opera dei figli Manfredi e Enzo assurgono a pi alte vette e se non altro si ricollegano a vicende reali. La lunga detenzione bolognese non lasci a Enzo altro diversivo che comporre elegie sull'amore, e su una posizione a dir poco precaria:

Va, canzonetta mia,
e salute Messere,
dilli lo mal ch'i' aggio:
quelli che m''n baila
si distretto mi tene,
ch'eo viver no porraggio;
salutami Toscana,
quella ched  sovrana,
in cui regna tutta cortesia;
e vanne in Puglia piana,
la magna Capitana,
l dove lo mio core nott'e dia".

Non v' motivo di dubitare che Enzo e Manfredi, rampolli illegittimi ma prediletti di Federico, abbiano sviluppato il gusto della poesia alla corte paterna; accompagnarono spesso nei suoi vagabondaggi il genitore, che lasci loro in eredit pi che a Enrico e Corrado.
Pi discutibile la vena poetica di Pier delle Vigne; i suoi versi paiono rigidi e formali a paragone di quelli di Enzo. La palma dei migliori va a Giacomo da Lentini e Rinaldo d'Aquino, non perch scoppiettanti d'invenzioni, ma per la padronanza sensibile e ritmica della lingua:

"Per prego l'Amore
che mi 'ntende e mi svoglia
come la foglia vento,
che no mi faccia fore
quel che presio mi toglia
e stia di me contento..."

Altro esempio confortante  il dialogo di Giacomo da Lentini tra l'amante e la sua bella, laddove dice (nel testo toscanizzato, che  giunto sino a noi):

"Ed io basciando stava
in gran dilettamento
con quella che m'amava,
bionda, viso d'argento.
Presente mi contava,
e non mi si celava,
tutto suo convenente;
e disse: Io t'ameraggio
e non ti falleraggio
a tutto 'l mio vivente".

Da qualche parte s'annida il solito marito ignaro; il tema della tresca, espresso in termini concreti, ricompare nella sua forma canonica.
Da questi pochi esempi della scuola siciliana si evince che la letteratura trovadorica dev'essere stata oggetto di approfondite discussioni presso la corte di Federico, anche se scarsa ne fu la produzione in lingua provenzale. Bisogna per dire che certe tematiche, in particolare i satirici "sirvents", invettive rivolte contro governanti mal consigliati o principi di condotta non irreprensibile, sono del tutto assenti dal repertorio siciliano. La reggia palermitana non era luogo in cui indulgere alla critica aperta dell'imperatore e dei suoi mentori. I cortigiani si attenevano perci ad un unico, seppur dominante, filone nella tradizione europea della lirica: il poema amoroso, per lo pi concretizzato in toni delicati, privi di enfasi. La poetica della corte sveva - quale che sia la sua influenza sulle future generazioni di poeti in Toscana - non ha dunque affatto un carattere innovatore. Unica variante  l'idioma; per il resto si pu parlare di un'accurata e abile imitazione di modelli provenzali e germanici della fine del Dodicesimo secolo, limitata quasi esclusivamente all'amore in tutte le sue manifestazioni. Grandi culture letterarie hanno tratto origine da una diligente opera di copiatura: traduzioni e riproduzioni di modelli greci sono alla base del fiorire della letteratura latina nella repubblica romana. Nel caso dei cantori di Federico la qualit non  per un tratto saliente; n, come abbiamo visto, la presenza del sovrano tra i poeti era in alcun modo inusuale. Anzi, il contrario sarebbe la vera fonte di sorpresa. Altra  l'originalit dell'imperatore, la cui fama come uomo di cultura  legata agli studi scientifici, e in particolare alle ricerche sulle stelle e sulla meccanica del volo.

...

4.

Federico Secondo passa per grande costruttore, capace di far rivivere gli stili classici a lungo negletti in Europa; l'augustale sarebbe perci soltanto un assaggio miniaturizzato di quanto egli and proclamando con ben maggiore forza nella possente Porta di Capua, nel padiglione di caccia e nei castelli. Tuttavia abbiamo motivo di ritenere che i suoi contemporanei fossero assai meno impressionati degli storici moderni. Soggiogato l'ex regno di Federico, Carlo d'Angi ebbe a lamentarsi delle dimensioni insignificanti di quasi tutti gli edifici siciliani e diede ordine di edificare a Napoli un mastio di foggia francese che in scala e sicurezza difensiva surclassasse le opere dei Normanni e degli Hohenstaufen. Un secondo fattore da mettere in rilievo fu che l'imperatore si dedic soprattutto alla ricostruzione e all'ampliamento di manieri eretti dai Normanni, o anche dai Bizantini e dagli Arabi, e che i castelli di Bari o di Gioia del Colle (ad esempio) devono essere considerati il prodotto di una lenta evoluzione nella quale Federico svolse un ruolo marginale. Si tenga poi presente che Federico si dimostr assai riluttante ad allentare i cordoni della borsa a scopi architettonici nel periodo che meglio ci  noto dal punto di vista finanziario, 1239-40. I delegati provinciali in quegli anni ricevettero ordini tassativi di provvedere alle sole riparazioni essenziali dei castelli soggetti (poniamo) a infiltrazioni di acqua piovana. Ferrea era la sua opposizione ad ogni spesa che esulasse dall'ordinaria e minima manutenzione del fabbricato. Ci si pu infine domandare se gli stili architettonici favoriti dall'imperatore siano da ricollegare a una consapevole tendenza classicheggiante o vadano piuttosto interpretati, come hanno sostenuto Ferdinando Bologna e altri, nel senso di una fase intermedia nello sviluppo del gotico italiano.
A fronte di questi argomenti sta la "realt" delle costruzioni. L'evidenza del contributo edilizio di Federico  imperniata su quattro siti principali, tre nel "regnum" e uno in Toscana. La grande porta d'accesso e il castello di Capua, demoliti dagli Spagnoli nel 1557, sono noti grazie a disegni, descrizioni e resti di buona parte della notevole decorazione statuaria. La palazzina di caccia di Castel del Monte ancor oggi domina il piatto tavoliere delle Puglie e ci offre la possibilit di ammirare quelli che appaiono i motivi classici del suo gusto architettonico e scultoreo. In Sicilia, il maggior monumento di Federico  il Castello del Maniace a Siracusa, una massiccia fortezza in un porto che suscitava le invidie di molti, non esclusi i Genovesi. Ultimo viene il Castello dell'Imperatore a Prato, non lontano da Firenze, unico esempio dell'architettura classicheggiante federiciana a nord dei confini del regno. Questi edifici sono presi a testimonianza dell'ideologia imperiale della Sicilia del Tredicesimo secolo; la disposizione delle statue sulla Porta di Capua  stata oggetto di discussioni senza fine, motivate dall'evidente relazione con la natura del governo.
Invero, un ottimo punto di partenza. L'identificazione delle figure principali lascia ancora qualche margine di dubbio, anche ipotizzando una corrispondenza con personaggi viventi. Risulta comunque assodato che erano collocate in modo che i visitatori provenienti da settentrione, attraversato il fiume per entrare in citt, se le ritrovassero esattamente di fronte. Una grossa testa della "Iustitia" si accompagnava a un simulacro pi piccolo, ora decapitato, dell'imperatore seduto (nella versione pi accreditata). Due busti imponenti, di solito identificati con Taddeo da Sessa e Pier delle Vigne, rappresentano ad ogni modo magistrati o ministri in carica per volere dell'imperatore. L'ordinamento pi probabile delle sculture, a giudicare dai disegni di cui oggi disponiamo, era il seguente. I due magistrati erano sistemati in nicchie ai due lati dell'arco d'ingresso, entro spazi lasciati liberi dalla curvatura. La figura della "Iustitia" campeggiava in un vano pi ampio al sommo dell'arco. Sopra la "Iustitia" correva una falsa arcata contenente al centro l'imperatore sul trono affiancato da due statue di giovani donne; pi in alto un colonnato ancor pi elaborato presentava altre sculture di soggetto incerto ma stile analogo. L'insieme era racchiuso tra le massicce torri della fortezza vera e propria, costruite in paramento calcareo a bugne piatte smussate con maestria e quasi certamente assai costose.  probabile che buona parte delle pietre siano state recuperate da edifici romani non distanti; alcune recano tracce di un rimodellamento.
La Porta di Capua venne iniziata nel 1234, cio in un'epoca in cui Federico ancora non era angustiato da pressanti travagli economici; che si trattasse di un'impresa dispendiosa  testimoniato dalla cura messa nella lavorazione dei materiali: doveva ricordare la natura dell'autorit regia e del potere della monarchia a chiunque, strada facendo, facesse il suo ingresso nella prima grande citt del "regnum". La si potrebbe in un certo senso considerare una proiezione delle "Costituzioni di Melfi", volta a celebrare la "Iustitia" come principio ispiratore e a sottolineare che l'imperatore ne era l'espressione vivente, il dispensatore designato a far da tramite tra Dio e il mondo (per citare le leggi castigliane del Tredicesimo secolo). In altre parole, come osserv Kantorowicz, "la "Iustitia" era un'Idea o una divinit"; la Porta di Capua serviva a ribadire la speciale funzione del monarca come legislatore autorizzato a riversare sull'umanit quel tipo di normativa che lo spirito della "iustitia" sanziona. Come i mosaici della Martorana avevano tolto ogni dubbio in merito alla derivazione dell'autorit regia da Dio, al modo bizantino, cos la porta federiciana offriva della regalit un'interpretazione che si accordava al diritto romano e trovava inequivocabile riscontro nelle opinioni che circolavano nella curia papale a proposito dell'ufficio del pontefice come mediatore tra Dio e l'uomo, guidato nei suoi giudizi politici e morali dall'attenzione alla "iustitia". La proposta di Federico non era perci del tutto originale: nuova era soltanto la manifestazione visiva di concetti familiari, la cui applicazione ad un sovrano secolare, per quanto rara nell'Europa occidentale, era una caratteristica della monarchia siciliana normanna nel Dodicesimo secolo. Anche Ruggero Secondo era stato la "lex animata", la legge personificata, operante grazie allo strumento della "iustitia".
Logico dunque che il linguaggio artistico adottato fosse quello della classicit. Infatti le figure sono intagliate in stile neoclassico. Sappiamo infatti che alcuni dei pezzi pi rappresentativi sono in realt una riutilizzazione di statue antiche, ma rimane pur sempre il fatto che gli artisti presero spunto da archetipi romani. L'"impronta" del Tredicesimo secolo si rivela nel modo di lavorare la pietra, riconducibile alla primissima statuaria greca pi che a modelli classici conosciuti; la capigliatura di Taddeo e di Pier sembra evidenziare un interesse per i bronzi classici, mentre le barbe sono in disaccordo con gli esempi romani che ci sono noti dall'anfiteatro di Capua. Se ne deduce che le teste di Capua sono un tentativo di ritorno a stili classici, ma non necessariamente con l'aiuto delle tecniche del passato, sovente padroneggiate a fatica. Il risultato fu una serie di maestose sculture che fecero colpo sui contemporanei per una romanit che in retrospettiva dobbiamo giudicare manchevole. La rozza fattura, come dimostrano ad esempio le guance di Taddeo da Sessa, suggerisce che gli esecutori del Tredicesimo secolo avevano ancora molta strada da percorrere - com'era inevitabile - nell'imitazione dei modelli classici. Va per anche tenuto presente che l'osservazione microscopica dei moderni storici dell'arte non ci d un'idea dell'effetto che queste opere esercitavano su chi entrava in citt. Poco interessato al dettaglio, il visitatore si trovava dinnanzi un esplicito richiamo alla monarchia imperiale romana la cui restaurazione era stata lo scopo della dinastia degli Hohenstaufen sin dalla met del Dodicesimo secolo: la sua "Romanitas", e i princip sui quali poggiava, erano l sotto gli occhi di tutti.
D'altra parte sarebbe imperdonabile trascurare l'influsso delle tendenze artistiche locali. I leoni neoclassici che impreziosiscono il portale di varie cattedrali (tra cui quella di Trani) e la fioritura del romanico pugliese a partire dalla conquista normanna stanno a testimoniare che l'amore per la civilt classica era sempre stato vivo. N si deve dimenticare il modo in cui le statue capuane furono inserite in quella che virtualmente era una pesante porta turrita tardo-romanica con qualche concessione al gotico: non un'imitazione di Paestum o Segesta, ma un vero bastione medievale in cui erano liberamente incastonate figure d'apparenza classica. L'interno del bastione ospitava ampie stanze con colonne decorate lungo le pareti e la volta a crociera - per molti versi un'anticipazione dell'interno di Castel del Monte e un segno del lento affermarsi di quelli che pi avanti sarebbero stati giudicati elementi tipicamente gotici. L'idea non  per tutta farina del sacco di Federico.  probabile che le abbazie cistercensi dell'Italia centro-meridionale, a Fossanova, Casamari e Santa Maria di Ferraria, abbiano suggerito alla corte imperiale, e in special modo a Federico, nuovi spunti architettonici, in particolare la volta a costoloni: nel 1222 l'imperatore soggiorn a Casamari, e il 1229 lo port a Santa Maria di Ferraria. Motivo d'ispirazione furono forse anche i metodi costruttivi visibili nei sontuosi castelli del regno latino di Gerusalemme; pu darsi che la struttura muraria della Porta di Capua debba qualcosa all'Oriente dei crociati. Tutto lascia supporre che attorno agli anni venti una squadra di architetti fosse al lavoro su numerosi progetti; ad ogni modo, si pu dire che col 1240 lo stile gotico avesse pienamente trionfato, sia a Castel Maniace in Siracusa che a Castel del Monte.
Castel del Monte merita l'appellativo di casino di caccia. Era piccolo, provvisto di accorgimenti difensivi efficienti ma non eccezionali, di costruzione insolitamente regolare: due piani, ciascuno contenente otto sale disposte in modo da formare un ottagono. L'interno dell'edificio  notevole per le volte a ogiva, ma per il resto suscita poche emozioni; le stanze trapezoidali sono una uguale all'altra. Un diversivo  dato da alcuni resti di sculture, leoni nello stile neoclassico dell'Italia meridionale, e da un semplice portale provvisto di frontone. Un tratto peculiare dell'architettura federiciana va considerato l'impiego, qui e a Prato (ad esempio), di ingressi rettangolari sormontati da timpani e delimitati da pilastri corinzi: riaffiora forse una punta di classicismo manierato, che per mal si adatta al resto della dimora, le cui sobrie linee riecheggiano il proto-gotico cistercense pi che la civilt classica. Shearer colse senza dubbio nel segno affermando che "in Castel del Monte vediamo il culmine della sua arte, una costruzione gotica quasi borgognona, in cui gli elementi classici e antichi hanno un ruolo subordinato". Lo stesso vale per il pi o meno contemporaneo Castel Maniace.
Del resto non ci risulta che Federico abbia fatto un uso esteso di Castel del Monte. La palazzina di caccia, iniziata nel 1240 e completata intorno all'epoca della morte dell'imperatore, non fu una delle sue residenze, per quanto possa aver sperato di utilizzarla per la pratica del suo sport preferito. E neppure si pu considerarla accogliente. Le stanze al piano superiore misurano 11,5 x 7 metri, per cui, come  stato detto, sono "straordinariamente piccole e anguste, persino secondo i canoni del Tredicesimo secolo". Un quadro analogo emerge dal castello di Lagopesole. Le campagne di scavi inglesi a Lucera hanno dimostrato che i manieri erano arredati con un certo lusso, essendo venuti alla luce preziosi esemplari di ceramica cinese cladon. Ma Lucera, con il suo personale musulmano, era senza dubbio pi affine a un palazzo orientale di tutti gli altri castelli di Federico.
Come per altri aspetti della vita di Federico, non  il caso di dare soverchia enfasi all'innovazione artistica e alle dimensioni dell'attivit edilizia. Non essendo facile dissuadere l'imperatore dal porre la falconeria al vertice dei suoi pensieri, possiamo capire come l'edificazione di una nuova palazzina di caccia potesse procedere nel 1240 nonostante la cronica penuria di fondi; i nobili decaduti di solito convogliano ogni risorsa sui loro passatempi prediletti. Al contempo si riscontra per una forte riluttanza a destinare somme ingenti alle opere murarie e l'intero periodo di regno di Federico non brilla certo per la promozione di nuovi edifici religiosi o di cicli di mosaici confrontabili a quelli che aveva messo in cantiere il nonno normanno. Su sua commissione, la cattedrale di Cefal venne arricchita di una facciata a loggia e degli splendidi mosaici di angeli in volo all'ingresso del coro; ma le glorie artistiche della Sicilia normanna erano ormai lontane. Anche il suo magnifico sarcofago era stato di fatto allestito non per lui ma per Ruggero Secondo. Federico si rendeva conto del valore propagandistico di un programma edificatorio e sarebbe non meno errato negare l'importanza del classicismo delle sculture di Capua. Tuttavia, anche queste rientravano in una tradizione che rimontava all'Undicesimo secolo, a Roma e nella Sicilia ruggeriana. Federico non fu un grande costruttore; ma i suoi edifici, con tutte le loro limitazioni, ne rispecchiarono l'atteggiamento nei confronti dei doveri del governo e delle delizie del tempo libero.

...

Capitolo nono.
LA FINE DELLA CONCORDIA, 1235.


1.

Gi alla dieta di Magonza Federico aveva esposto un piano d'azione a sud delle Alpi, invitando i principi tedeschi ad affiancarlo in una campagna contro il principale gruppo di ribelli ancora attivi dopo l'umiliazione di Enrico (Settimo): l'opposizione lombarda. Se ne deduce di riflesso, il suo ottimismo che i pochi focolai residui di rivolta in Germania si sarebbero tosto estinti: il duca di Babenberg, Federico d'Austria, tenne duro sino al 1241 prima di scendere a patti, ma la resistenza attorno a Trifels e altrove in Svevia non era tale da indurre l'imperatore a procrastinare il suo ritorno in Italia. L'entusiastico appoggio promesso dai feudatari teutonici convinse Federico a scrivere nell'agosto 1235 al pontefice, suo alleato, annunciando di aver messo mano ai preparativi per una spedizione in Lombardia. La presunzione di Federico di poter risolvere il problema lombardo con le armi e l'intimidazione mise in ambasce Gregorio Nono, che esort sia l'imperatore che i principi a desistere. Non aveva egli inviato ambasciatori alle citt lombarde, disperatamente desiderose di venire a un accordo? L'agosto del 1235 vide Federico impegnato in un gioco delicato: sapendo quanto Gregorio auspicasse una composizione pacifica in Lombardia, egli stesso ansioso di rimuovere senza indugio l'ostacolo lombardo, l'imperatore lasci filtrare voci di guerra nella speranza che il papa e i suoi mediatori imprimessero una brusca accelerazione ai loro tentativi. Sul piatto della bilancia poteva far pesare il recente rafforzamento in Germania, palese nella salda lealt manifestatagli da molti dei baroni che avevano contrastato Enrico (Settimo). Consapevole, d'altronde, che Gregorio aveva messo il suo zampino nella scomunica di Enrico (Settimo) e di alcune delle citt lombarde, Federico era fiducioso di vincere la partita. Il rimbombo dei tamburi di guerra non escludeva perci la ricerca di un accomodamento.
A dire il vero, l'imperatore nel 1235 fece conoscere le sue condizioni: voleva un concordato entro Natale, probabilmente allo scopo di avere tempo sufficiente a cancellare le intese con i suoi feudatari per l'arruolamento di un esercito; pretendeva dai Lombardi il pagamento di 30000 marchi, un'ammenda presumibilmente legata al convincimento che le regalie in Lombardia fossero un'inesauribile fonte di ricchezza per le citt dell'Alta Italia e motivata dalla sua persistente irritazione per la loro alleanza con Enrico (Settimo), visto che in origine era stata giustificata (ai due terzi dell'attuale valore) come punizione per l'aiuto prestato a Enrico; chiedeva infine che il papa lanciasse la scomunica contro quei Lombardi che non si fossero piegati per la data fissata. Gregorio deve aver certo poco gradito che un imperatore si permettesse di suggerire al Vicario di Cristo chi colpire d'interdetto e quando, ma il papato prese le richieste di Federico sul serio. Il legato in Lombardia venne messo alla frusta e i comuni lombardi furono posti di fronte alla minaccia dell'imperatore di ricorrere alle armi - dimostrazione evidente dell'incapacit del papa di opporsi ai disegni di Federico. Nelle lettere inviate all'imperatore Gregorio cerc in ogni modo di apparire compiacente, intuendo che una mediazione condotta a buon fine avrebbe ingigantito la propria reputazione di massimo giudice sulla terra. Incoraggi dunque Federico a confidare nel suo arbitrato, suggerendogli di ordinare ai propri plenipotenziari di recarsi a Roma per una conferenza di pace da tenere nel dicembre 1235. La scelta dell'imperatore cadde sulla persona pi indicata, il suo vecchio compagno Ermanno di Salza, gran maestro dell'Ordine Teutonico, che aveva il vantaggio di aver incontrato Gregorio e di essersi tenuto con lui in stretto contatto anche dalla Germania a proposito dello stato dei negoziati.
Ancora una volta i Lombardi sabotarono per ogni possibile trattativa. I rappresentanti della Lega riaffermarono la volont di resistere all'imperatore nel novembre 1235, ratificando solennemente il patto di mutua assistenza che li univa. La posizione di Federico era indebolita da un acquisto nuovo di zecca, Ferrara, che bloccava il passaggio dall'Italia nordorientale, dove la casa sveva poteva contare su Verona (governata con pugno di ferro dal formidabile Ezzelino da Romano) e sulla benevola Venezia, ai territori centromeridionali, tagliando cos fuori Federico dall'altro suo regno. Gregorio Nono, per parte sua, deve aver meditato con ironia sull'ultimatum di Federico ai Lombardi. Era ragionevole supporre che si sarebbero conseguiti risultati concreti entro qualche mese, laddove non molti anni addietro l'imperatore aveva ripetutamente chiesto tempo per mettere a punto la sua crociata. I preparativi contro la Lombardia si andavano sviluppando in un'atmosfera piena d'entusiasmo che certo aveva fatto difetto quando si era trattato di mobilitare le forze per la riconquista di Gerusalemme. Fu dunque nuovamente sulla Palestina che Gregorio tent di dirottare le truppe di Federico, a quanto sembra non alieno dall'aderire alla proposta, ma soltanto dopo che le citt lombarde fossero state domate.
Nella realt, lo sforzo di mettere insieme un esercito tedesco fu coronato da modesto successo. I ritardi in Germania - drammatizzati da varie scaramucce tra gli alleati di Federico, vale a dire il duca bavarese, il re e altri principi di Boemia, e il turbolento Federico d'Austria - si tradussero in un superamento del limite natalizio prefissato senza che Federico fosse riuscito a infliggere un solo colpo alla Lega. Passarono ancora parecchi mesi prima che si potesse abbozzare una seria offensiva militare e soltanto nell'aprile 1236 si mosse lo squadrone di cavalieri che doveva puntare su Verona. Gli indugi comunque irrobustirono anzich svigorire la risoluzione di Federico di dare una lezione ai Lombardi. Si era dimostrato inflessibile con il suo stesso figlio; poteva dunque, sia pure sotto l'incalzare dei mediatori papali, trattare con minor severit un pugno di citt ribelli che per giunta adottavano un metodo di governo assolutamente estraneo al suo modo di pensare? Il tradimento di Milano ossession Federico dal 1235 in poi. Ma non era soltanto una sedizione politica; era una sedizione contro Dio. Gi nelle "Costituzioni di Melfi" era stato gettato un ponte tra eresia e defezione. L'Italia settentrionale pullulava di sostenitori della falsa fede. Dopo aver secondato la soppressione dell'eterodossia in Sicilia e (almeno passivamente, all'epoca in cui imperversava Corrado di Marburgo) in Germania, l'imperatore annunci al mondo la sua missione di sradicare l'eresia anche nella valle padana. L'ordine delle sue priorit ci  noto grazie al cronista anglosassone Matteo di Parigi. No, non aveva dimenticato il Santo Sepolcro, ma in Italia, "le malerbe stavano cominciando a soffocare il grano". Qui si agitavano dei nemici di Cristo che abbisognavano del suo castigo con urgenza ancor maggiore dei musulmani in Oriente. Avrebbe dunque soggiogato l'Alta Italia e fatto buon uso del suo denaro, delle sue armi e dei suoi cavalli contro gli eretici lombardi. Parole non dissimili da quelle profferite una trentina d'anni prima dal pontefice scagliando una crociata contro i protettori dei blasfemi catari nel Midi francese. Destinatario in quest'occasione era per lo stesso Gregorio Nono, che ovviamente la pensava in tutt'altro modo e avrebbe voluto che Federico partisse per la Terra Santa, pi per impedirgli di intervenire in Lombardia che per scalzarlo dal "regnum". A dire il vero, tra i due opposti punti di vista vi era stato un momento di convergenza: tra il 1230 e il 1235: ma Gregorio aveva sperato, offrendo una pace di compromesso alla Lombardia, di limitare l'ascendente dell'imperatore l e nel resto dell'Italia settentrionale; Federico invece, sempre contrario ad ogni cedimento nei confronti di coloro che considerava dei traditori, aveva visto nella coalizione con il papato un mezzo per costringere la Lombardia alla sottomissione. In altre parole, Gregorio si era prefisso quel tipo di intesa raggiunta da Alessandro Terzo quando Federico Primo si era inginocchiato ai suoi piedi, a Venezia nel 1177, un'intesa che facesse salire le azioni papali e garantisse, imbrigliandole senza eccessiva petulanza, le libert dei Lombardi. Il gioco valeva la candela e Gregorio si era messo all'opera con esultanza, scomunicando i suoi ex amici e alienandosi un potenziale alleato, Enrico (Settimo). Non appena Federico cominci a insistere sull'assoluta inutilit dell'intromissione della Santa Sede, Gregorio perse ogni interesse ad una causa comune. Di fatto, aveva fatto un buco nell'acqua; non restava che far ricadere la responsabilit dell'insuccesso sulle spalle di Federico. Dapprima i propositi marziali dell'imperatore e poco dopo l'annuncio di una dieta da tenere, lui presente, a Piacenza nel luglio 1236, apposero il sigillo alla divergenza di opinioni. Eppure Federico estern il suo desiderio di venire incontro, sino a un certo punto, ai disegni di Gregorio: la crociata era uno dei punti all'ordine del giorno, ma lo era anche il ripristino della pace in Italia - l'ammansimento della Lega Lombarda e insieme la notifica di nuove disposizioni per il governo dell'Italia del Nord sotto l'egida imperiale. Almeno in quel frangente, esasperato da un decennio di contrasti milanesi, Federico non si perit di far trapelare il suo desiderio di assoggettare a controlli pi rigidi i privilegi dei comuni riottosi.
Ossessionati dall'idea preconcetta che il conflitto tra papato e impero ne avesse condizionato ogni rapporto tra l'Undicesimo secolo e la morte di Federico Secondo, gli storici si sono lasciati sfuggire la portata di questo periodo di pacifiche relazioni dell'imperatore con il suo antico avversario, Gregorio Nono. Il sospetto generato dal tentativo, all'inizio del pontificato di Gregorio, di distruggere Federico e impadronirsi del "regnum", non si era mai del tutto dissolto: tra le due cancellerie divamp uno scontro a sfondo propagandistico destinato a durare a lungo sulla scorta degli opposti punti di vista in merito alla condotta di Federico in Terra Santa. Vi fu per anche una sorprendente disponibilit a operare in sintonia dopo la pace di San Germano, diversa nel tono dalla maggiore indulgenza usata da Onorio Terzo nei riguardi dell'imperatore. Onorio - e Federico sino a tutto il 1236 - ebbe tutta l'aria di puntare a una concordia interdipendente tra le due massime autorit terrene: collaborazione nel nome della pace. Gregorio Nono rivel un discernimento politico pi spiccato. Deciso, come Federico, a far valere i diritti e la dignit del suo ufficio, egli tenne nel debito conto l'approccio conciliante del suo antagonista da San Germano sino all'annuncio della spedizione in territorio italiano. Nutriva per meno fiducia nella possibilit di mantenere buone relazioni di quanto ostentasse Federico, esageratamente sicuro di poter costringere Gregorio ad accettare la necessit delle operazioni belliche in Lombardia. Una spiegazione plausibile  fornita dalla mancanza di unit d'intenti nella curia papale rispetto all'entourage di Federico. Tra i cardinali si levarono voci autorevoli a favore dei Lombardi. Gli eventi successivi avrebbero evidenziato l'implacabile ostilit del genovese Sinibaldo de' Fieschi. Un altro cardinale avverso a Federico, e in particolare alla sua soluzione della crisi lombarda, era il vescovo di Palestrina: ne parleremo tra poco. Va da s che nei circoli imperiali non mancavano gli scettici sulla questione italica. I principi tedeschi reagirono tiepidamente agli appelli di Gregorio, ma certo non si entusiasmarono alle richieste di truppe avanzate da Federico. Ermanno di Salza si schier a fianco dell'imperatore, che lo ricompens generosamente in fiducia e privilegi per il suo ordine cavalleresco; tuttavia anch'egli brig per non rompere i ponti con la curia papale - un Armand Hammer del Tredicesimo secolo. Nel frattempo Pier delle Vigne, giurista e revivalista classico, era divenuto il facondo (persin troppo) portavoce delle politiche di Federico, esprimendo una concezione della sovranit imperiale deliberatamente calcolata per sfidare e offendere i teorici della Chiesa di Roma. Federico era senza dubbio consapevole delle laceranti divisioni all'interno della curia papale e alcune delle pi provocatorie lettere di delle Vigne, scritte in nome dell'imperatore, si configuravano come un tentativo di accattivarsi le simpatie dei prelati pi influenti facendo osservare quanto fosse risaputo che il loro potere collegiale uguagliava quello del pontefice: con effetti irrisori, purtroppo.
Nell'estate del 1236 entr di buon grado in scena Giacomo di Palestrina, nominato da Gregorio ambasciatore in Lombardia in sostituzione del patriarca di Antiochia, sollevato dal suo incarico. Le istruzioni di Giacomo prevedevano in primo luogo il blocco della dieta di Piacenza, sua citt natale. Da lui sollecitati, i Piacentini abbandonarono il campo imperiale, rendendo evidente la necessit di trasferire altrove l'assemblea. La fazione pro-Hohenstaufen era ancora forte nella valle padana - il comune di Cremona, i dispotici da Romano a Verona, tanto per citare un paio di esempi - e l'attuale Lega era di gran lunga meno agguerrita della confederazione pan-lombarda che aveva tenuto in scacco il Barbarossa. I segnali dalla curia papale erano comunque trasparenti: Gregorio stava lanciando dei "ballon d'essai" verso i suoi recenti nemici, che a loro volta, dopo la rovinosa sconfitta di Enrico (Settimo), erano in cerca di un patrono "di sostanza". Federico interpret la nomina del vescovo di Palestrina come la fine di ogni concreta possibilit di mediazione. Ai suoi occhi, Giacomo altro non era che un agente inviato al Nord per scardinare, in combutta con i Lombardi, i suoi progetti. E, data la ferrea decisione dell'imperatore di muover guerra ai Milanesi, ne derivava l'impraticabilit di un'accettabile formula di pace. Federico scrisse ai sovrani d'Inghilterra e Francia lamentando la svolta degli eventi: si riteneva in obbligo di resistere alle pretese lombarde, che erano un affronto non soltanto per l'impero ma anche per la Chiesa. Evidente l'allusione all'esistenza di focolai eretici in molte delle citt lombarde, ma anche all'idea che, quale rappresentante del Padreterno in terra, egli dovesse trattare chi poneva in dubbio la sua autorit alla stregua di un ribelle contro Dio. Il sacro compito di stritolare la miscredenza in Lombardia poteva e doveva essere seguito da una crociata in Oriente; la campagna lombarda era, in quest'ottica, un preludio alla missione in Terra Santa. Interessanti sono le analogie tra questo approccio e quello adottato dalla curia papale nel Tredicesimo secolo (particolarmente dopo la morte di Gregorio Nono) nei riguardi delle guerre contro gli Hohenstaufen: la contesa in ambito italico era il primo stadio di un'iniziativa militare che sarebbe culminata in una spedizione a Gerusalemme.
Gregorio non ebbe da rovistare molto tra gli archivi papali per trovare materiale utile ad un attacco propagandistico. La sua risposta alle lamentazioni dell'imperatore in riferimento a Giacomo di Palestrina poco aggiunge di nuovo: invoca la Donazione di Costantino per sostenere che al papato spetta l'ultima parola, anche in questioni temporali; riconferma il primato del regno spirituale (e quindi del suo signore terreno) su quello secolare; rammenta a Federico che Carlomagno era stato incoronato per volere del pontefice, sottintendendone la facolt di scelta. Ma la replica mette anche a nudo parecchi rancori specifici relativi al trattamento riservato dall'imperatore alla Chiesa (una risposta alla sua pretesa di essere il martello degli eretici) e alla decisione di intromettersi nello Stato pontificio. Certo Gregorio non poteva illudersi che una simile bolla venisse digerita da Federico con umilt. L'amaro succo del discorso era: scendi con le tue armate in Italia e ti troverai di fronte al mio pieno sostegno vocale dei Lombardi. L'intesa si era spezzata.

...

2.

Ci si pu chiedere se Federico avesse messo in preventivo, nella tarda primavera del 1236, un confronto lungo e sanguinoso con i Lombardi. In passato le sue luminose vittorie erano state politiche e diplomatiche (si pensi alla crociata); le sue doti di stratega militare erano ancora tutte da dimostrare. In luglio si decise comunque a muoversi, accompagnato da meno di mille cavalieri e poche migliaia di fanti. Le sue esortazioni si erano infatti scontrate con una crescente riluttanza dei feudatari tedeschi a impegnarsi in una guerra che avrebbe potuto e dovuto essere combattuta, eventualmente con qualche apporto siciliano, dalle citt dell'Alta Italia favorevoli all'impero. La loro analisi non era del tutto priva di fondamento: la paura della lega coagulata attorno a Milano era sufficiente a indurre a mettere in campo ogni possibile risorsa degli alleati lombardi di Federico, cui va peraltro riconosciuto il merito di non aver assegnato all'imperatore il ruolo di "deus ex machina", gravandolo dell'intero fardello della campagna. Per giunta Federico aveva gi mandato met dei suoi cavalieri in avanscoperta a Verona, con l'incarico di riunirsi al formidabile Ezzelino da Romano e di attendere il suo arrivo.
Insieme a Federico Secondo, Ezzelino  una delle figure pi calunniate del Tredicesimo secolo. Non si contano le invettive scagliategli contro dal pontefice. Almeno in parte cotanta reputazione era meritata: assiduo frequentatore di eretici, assai prima del 1250 aveva dispiegato feroce brutalit contro chiunque lo ostacolasse e reso di pubblico dominio, anche oltraggiandone i luoghi di culto, il suo dispregio per la Chiesa. Quando nel 1254 Innocenzo Quarto indisse da Venezia una crociata per abbatterlo, l'invito venne accolto con entusiasmo dalle borghesie municipali e dalla nobilt minore: egli era ormai diventato il simbolo vivente della corruzione, un tiranno che aveva prestato man forte agli Hohenstaufen e soffocato le libert civiche. I suoi avversari sventolavano la bandiera della difesa della citt-stato contro l'insidiosa inclinazione al dispotismo nell'Italia del Nord. Accuse di una certa consistenza a partire dal 1250, ma che certo sarebbero state insostenibili nel 1235. Forte feudatario nell'Italia nordorientale, Ezzelino controllava la citt-chiave di Verona, porta d'accesso alla Germania meridionale attraverso la vallata dell'Adige e il Sudtirolo. Verona costituiva un'ideale base militare da cui lanciare incursioni verso i non lontani territori di Brescia e Milano. Per soprammercato, Ezzelino era un valente generale, come avrebbe dimostrato di l a non molto - un aspetto indubbiamente non sgradito ai comuni lombardi che appoggiavano l'imperatore. Grosso inconveniente era per la sua rivalit con un altro signore feudale, Azzo d'Este, diretto concorrente per il predominio nelle citt dell'entroterra veneziano - Vicenza, Treviso, Ferrara. I fili annodati da Ezzelino con l'imperatore decisero Azzo a cercar fortuna nel campo opposto, avendo per cura di non recidere in maniera irrevocabile i legami che per lungo tempo aveva coltivato. Opportunisti entrambi, erano pronti all'occorrenza a rimettere ogni cosa in discussione. Poich Azzo, nella sua veste di simpatizzante della causa lombarda contro la tirannia, si  senza dubbio guadagnato una migliore stampa, ci sembra giusto sottolineare che i suoi obiettivi non erano molto diversi da quelli del rivale: la signoria su gran parte della valle padana. Fu proprio a motivo del sovrapporsi delle aspirazioni che i loro interessi vennero a cozzare cos violentemente.
Ma nel 1236 Azzo parve sul punto di colpire al cuore i domini di Ezzelino. I maneggi vicentini erano sfociati nella nomina di Azzo d'Este a podest della citt. Da Vicenza le milizie di Azzo marciarono su Verona, per cui l'arrivo di Federico in Italia nell'agosto del 1236 fu assolutamente tempestivo dal punto di vista di Ezzelino. L'imperatore ad ogni modo non si trattenne a lungo a Verona, prendendo la via dell'Occidente in direzione della fedele Cremona. Azzo, l'opposizione lombarda e i Vicentini si attestarono lungo le rive dell'Adige, ansiosi di confrontarsi con gli uomini di Ezzelino ma ben contenti che l'esercito imperiale si fosse tolto di mezzo. Malauguratamente, la manovra si rivel uno stratagemma. Due settimane pi tardi le forze imperiali, rifocillate e rafforzate, tornarono sui loro passi, puntando sull'accampamento di Azzo. Gli Italiani si affrettarono a levare le tende, lasciando incustodita la strada per Vicenza. Stretti d'assedio, i Vicentini rifutarono di arrendersi, ma poterono opporre poco pi di una resistenza simbolica: scalate senza difficolt le mura, gli attaccanti misero a sacco la citt, che fu in gran parte rasa al suolo in un'orgia di devastazione. Pare che Ezzelino, forse non ancora assetato di sangue come sarebbe in seguito divenuto, abbia cercato di moderare la soldataglia: sul piano militare come su quello finanziario, la citt avrebbe avuto per lui tanto pi valore quanto pi fosse rimasta ragionevolmente intatta; e, sebbene ai vinti di rado venisse concessa mercede, Vicenza contava numerosi sostenitori degli interessi dei da Romano che sarebbe stata cattiva politica ridurre sul lastrico. Probabilmente per questo motivo Federico ritenne punizione sufficiente l'incendio, accontentandosi per il resto di affidare la citt alle cure di un governatore di sua scelta. Egli mirava soprattutto a creare un clima di terrore che inducesse i vari comuni, consapevoli di potersi trar d'impiccio staccandosi dalla lega, a evitare la sorte di Vicenza e schierarsi a fianco dell'imperatore. D'altronde un'eccessiva brutalit avrebbe ottenuto l'unico scopo di temprare la determinazione dei superstiti.
Ammesso che sia vero, un aneddoto ci fa presumere che l'imperatore avesse del problema nel suo complesso una visione pi chiara di Ezzelino. Passeggiando nelle campagne intorno a Vicenza, i due presero a discutere della via migliore per ridare a Ezzelino la perduta autorit. L'imperatore disse: "Ti mostrer come fare", e sguainando la spada tronc di netto gli steli d'erba pi lunghi. L'eliminazione dei rivali pi pericolosi era la giusta soluzione da adottare - una ricetta cui avrebbero abbondantemente attinto Ezzelino e altri dittatori.
Federico rimase colpito dal rapido successo del sodalizio con Ezzelino e si convinse che la caduta di Vicenza avrebbe invogliato i Lombardi alla sottomissione. Nel novembre del 1236, ancora accarezzava l'idea di una soluzione politica, ritenendo che Milano ed altre citt sarebbero stati ossi piuttosto duri da rodere. Qualche crepa si andava per aprendo nello schieramento nemico. Acquisto invero preziosissimo si rivel l'anziano ma tutt'altro che imbolsito signore di Ferrara, Salinguerra, preoccupato dell'invadenza veneziana in campo commerciale. I suoi legami con Federico Secondo fruttarono una discreta prosperit a Ferrara (e, di rimbalzo, molta popolarit a Salinguerra), ma Venezia si irrit non poco per i tentativi ferraresi di controllare il sistema fluviale della Lombardia orientale per ottenere privilegi mercantili nei regni di Federico. Cos, nell'intricato gioco di rivalit tra i comuni italiani, l'acquisizione di un alleato veniva spesso compensata dalla perdita di un amico. Durante gli anni trenta Venezia fece una virata di 180 gradi: le concessioni imperiali del 1232 furono ricusate in favore di un patto di solidariet con Milano e il pi recente antagonista dei Veneziani, la temibile Genova.
Tranquillizzato dai trionfi riportati, Federico sul finire di novembre giudic comunque di potersi assentare dalla penisola. La campagna italiana sembrava volgere effettivamente al termine e, del resto, non era sua intenzione allontanarsi tanto da non potere intervenire in caso di imprevisti sviluppi. Dedic dunque l'inverno e la primavera a un'impetuosa cavalcata attraverso l'Austria, reimponendo la sovranit imperiale su vasti territori e isolando il duca Federico a Wiener Neustadt. Agli inizi del 1237 una rinfrescante pioggia di benefici ricadde sui Viennesi, a conferma e ampliamento di agevolazioni gi concesse in passato. Anche in Austria, Federico si diede pena di riallacciare i contatti con i grandi elettori al trono tedesco, riuscendo in breve a far elevare alla corona il secondogenito Corrado in sostituzione del deposto Enrico. Anzi, i principi riconobbero addirittura Corrado ad un tempo re dei Romani e futuro imperatore alla morte del padre;  comprensibile che Federico fosse impaziente di predisporre la successione nel momento in cui un potenziale rivale, il prigioniero Enrico, era ancora vivo, e il papato, rifattosi ostile, poteva ancora una volta cercare di intromettersi negli affari della Germania. L'elezione venne annunciata da Federico come un'estrinsecazione del ruolo peculiare dei baroni nel garantire la sicurezza e la prosperit dell'impero, un ruolo loro derivato dai Padri Coscritti dell'antica Roma. L'idea che i grandi feudatari potessero acclamare un imperatore, e addirittura scegliere il successivo quando ancora il padre era vivo e vegeto, si contrapponeva con violenza alla teoria confessionale secondo la quale spettava al pontefice, tramite l'unzione e l'incoronazione, elevare il re tedesco al rango di imperatore; in aggiunta, si chiedeva all'alta nobilt germanica di riconoscere alla casa degli Hohenstaufen l'ereditariet della corona imperiale, sia pure non per semplice diritto di primogenitura - essendo gi stato spossessato a suo tempo Enrico (Settimo). Non potevano sussistere dubbi sul fatto che Federico desse per scontato il pieno appoggio dei principi quali che fossero eventuali crisi nei rapporti con la Santa Sede. L'elezione di Corrado non riguardava soltanto il futuro, ma anche l'immediato: un'irripetibile occasione in cui l'imperatore, attorniato dai suoi vassalli, pot dichiararsi assolutamente fiducioso del loro sostegno. La tenace resistenza di Federico d'Austria sembrava rimpicciolire a paragone di tanto trionfo.
L'assenza di Federico dall'Italia era intesa anche a disinnescare la bomba dei difficili rapporti con Gregorio Nono. Alle bordate della propaganda papale non aveva fatto seguito un'azione incisiva. Anzi, Giacomo di Palestrina, reo di eccessiva intraprendenza, fu senza clamore rimosso dalla sua carica di legato in Lombardia e sostituito da Tommaso di Santa Sabina e Rinaldo d'Ostia, cardinali di pi larghe vedute. Le loro istruzioni consistevano nel convincere i ribelli lombardi a sedersi al tavolo delle trattative; sintomatico della convinzione di Gregorio di poter ancora fungere da ago della bilancia fu la convocazione dei Lombardi a una conferenza con i rappresentanti di Mantova nella primavera del 1237. Anche Federico, che aveva notevoli difficolt in Germania, accolse l'iniziativa di buon grado, visto che gli offriva l'opportunit di accertare se il fulmineo colpo di mano a Vicenza avesse consigliato ai pi facinorosi una maggiore arrendevolezza. Ermanno di Salza, prevedibilmente, e Pier delle Vigne, furono incaricati di incontrare i legati e i Lombardi; il distacco dai loro importanti compiti a corte di due personaggi di questo calibro denuncia l'intenzione dell'imperatore di non trascurare la nuova possibilit di negoziato. L'incontro ebbe in realt luogo a Brescia, verso la fine di luglio, in un'atmosfera di tracotanza sempre pi evidente da parte dei plenipotenziari imperiali, forti del fatto che la feudalit teutonica era arcistufa dell'impudenza dei Lombardi e caldeggiava un intervento armato risolutore, giusta punizione per chi aveva osato alzar troppo la cresta. D'altro canto i due cardinali, che non avevano alcuna intenzione di infierire, argomentarono che sarebbe bastato che la Lega Lombarda si impegnasse solennemente a sciogliersi e mai pi ricostituirsi, obbligandosi - in luogo di ammende o dell'imposizione di governatori imperiali - a fornire adeguati contingenti di uomini alla crociata. Affiora da queste clausole il pensiero di Gregorio Nono: l'inquietudine per la sicurezza di Gerusalemme, ora che si avvicinava la scadenza della decennale tregua di Federico con al-Kamil; la preoccupazione di non lasciar lievitare il potere di Federico in Lombardia pi di quanto le vicende del 1236 avessero gi reso inevitabile. Provvedevano ad alimentare queste ambasce i resoconti dei cardinali sulle tribolazioni dei Lombardi vessati dall'imperatore e da Ezzelino. Mutilazioni di prigionieri, spaventoso trattamento persino di vedove e orfani, dissacrazione di basiliche: tutti gli orrori della guerra, reali o costruiti "ad arte", si riversavano nei corridoi della Santa Sede. Ovvio che simili condizioni non fossero terreno fertile a trattative di pace duratura, anche se papa e imperatore non erano affatto propensi ad azzannarsi l'un l'altro. Gli stessi Lombardi non erano pi tanto sicuri di poter reggere all'urto di Federico e si rendevano conto che un qualsiasi accordo negoziale avrebbe irrimediabilmente segnato la fine della struttura di comando militare della loro coalizione.
Le rinnovate insistenze di Gregorio per una seria discussione erano tra l'altro motivate dalle notizie del proposito dell'imperatore di non indugiare in Germania. In parte perch i principi tedeschi erano impressionati dai rapidi successi di Federico a Vicenza, in parte perch era ora di cominciare a contraccambiare gli ampi favori ricevuti, un esercito pi robusto era infine pronto a valicare le Alpi. L'appoggio degli alleati italiani, "in primis" Cremona, Ferrara e soprattutto Ezzelino, rendeva la sua minaccia ancor pi formidabile che per il passato. Per di pi dalla Bassa Italia erano annunciati corposi rinforzi, tra i quali i temutissimi Saraceni di Lucera. Verso la met di settembre Federico aveva raggiunto Mantova, e anche la Lega era pronta al cimento. Per l'ennesima volta, all'inizio di novembre, il pontefice lo invit a evadere la pratica pi urgente, vale a dire la difesa di Gerusalemme, anche se a questo punto  ragionevole attribuire alla sua lettera il significato non tanto di una perorazione ai fini di una mossa alternativa quanto di un documento destinato agli archivi che a tempo debito sarebbe servito a dimostrare come l'imperatore avesse pervicacemente ostacolato la pace e la croce onde poter perpetrare una vendetta personale contro i Lombardi.
Federico ripet nel 1237 la manovra che l'anno prima aveva fruttuosamente tratto in inganno il nemico: cerc infatti di dargli a intendere che aveva in animo di riunire le sue truppe a Cremona per trascorrervi l'inverno. L'autunno era ormai in fase avanzata e il terreno si stava facendo molle e acquitrinoso. I Lombardi decisero che per quell'anno di grosse battaglie non si sarebbe pi parlato e, imitando l'imperatore, levarono le tende da Pontevico sul fiume Oglio, risalendone la riva sinistra in direzione nord - e a loro insaputa pedinati, sull'argine opposto, dalle truppe imperiali, sin oltre Soncino. Raggiunta Cortenuova, i Lombardi iniziarono il trasbordo per guadagnare i loro quartieri invernali a Milano. Avvisato dell'attraversamento dai suoi esploratori, Federico, che seguiva a una certa distanza, ruppe gli indugi, spedendo innanzi - era il 27 novembre - in tutta fretta un distaccamento con l'ordine di circondare il nemico possibilmente senza impegnarlo in combattimento. In realt il reparto avanzato entr in collisione con un plotone avversario; la battaglia divamp; i Lombardi furono costretti a ripiegare. Un manipolo relativamente ridotto di soldati imperiali era riuscito a sconfiggere uno squadrone lombardo. Ma il grosso dei due eserciti non era ancora venuto a contatto. Sopraggiunto di l a poco, Federico rimase deliziato nell'apprendere che la sua avanguardia aveva gi riportato una limpida vittoria, ma i Lombardi si schierarono risoluti attorno al carroccio di Milano, un carro tirato da buoi e carico di oggetti di venerazione e stendardi consacrati, usato nelle guerre medievali quale simbolo della protezione divina implorata e motivo di incitamento per fanti e cavalieri. Ispirati dal carroccio, gli uomini della Lega ressero alla spaventevole carneficina sino al sospirato tramonto. Le due parti, esauste, si disposero per la notte, quasi a portata di fiato; le ostilit sarebbero state riprese il giorno appresso. Cos almeno credevano gli imperiali. In realt i Lombardi approfittarono delle tenebre per svignarsela alla chetichella, cercando di trascinarsi appresso il carroccio con relative reliquie e croce ma rinunciandovi quando le ruote si impantanarono nel fango. Si era infatti messo a piovere e gi il semplice disimpegno era tutt'altro che agevole. La disfatta fu umiliante.  stato detto che alla battaglia di Cortenuova parteciparono trentacinquemila uomini, diciannovemila dei quali sotto le insegne imperiali; e Federico inform la famiglia reale inglese che le perdite del nemico, tra morti e prigionieri, assommavano a diecimila unit. Cifre con tutta probabilit gonfiate, ma  comunque indiscutibile che la Lega aveva impegnato le sue migliori risorse, che gli alleati lombardi di Federico avevano fornito un consistente apporto e che l'aiuto dei Germani e dei Saraceni aveva confermato la supremazia imperiale. Milano vacill sotto l'impatto di Cortenuova: il suo carroccio perduto, il suo podest (un veneziano) fatto prigioniero e il fior fiore della sua nobilt, e di quella dei confederati, ucciso o in catene.
Gli addetti alle relazioni pubbliche di Federico si affrettarono a far s che le notizie di Cortenuova avessero il massimo risalto in ogni corte europea, ben consapevoli che neppure una dimostrazione cos palese della possanza dell'imperatore sarebbe stata con certezza sufficiente a troncare le velleit di Gregorio Nono. Pier delle Vigne ne approfitt per illustrare al mondo come Federico, novello Cesare, avesse lasciato dietro di s mucchi di cadaveri. A celebrazione della vittoria venne ordita in Cremona una processione trionfale curata nei minimi particolari. Punto focale del corteo era il carroccio, trainato da uno degli elefanti del caravanserraglio dell'imperatore - male in arnese e disadorno, il carro; sormontato da una torre di legno con il vessillo di Federico, l'elefante. A rievocare i trionfi dei condottieri dell'antica Roma, seguiva una lunga teoria di prigionieri, incluso il podest di Milano, Pietro Tiepolo (figlio del doge), incatenato al carroccio. Arduo stabilire quale fosse l'elemento dominante: la maniacale ricostruzione dei trionfi della Roma imperiale; i segni visibili dell'avvilimento milanese; il senso di sollievo dei Cremonesi per la sconfitta dei tradizionali rivali; o magari il pachiderma. Cronache osannanti al maestoso ingresso di Federico giunsero sin nella lontana Renania.
Una lettera di cui Pier delle Vigne deve aver assaporato ogni parola ricord a Gregorio le gesta imperiali riportate a nuova vita da Federico. Sottile quanto le allusioni letterarie del grande giurista fu la decisione di offrire ai cittadini di Roma il carroccio milanese catturato. Non si trattava di revivalismo impazzito, ma di una ghiotta occasione di collocare sul Campidoglio, a due passi dal Laterano, una pungente testimonianza che rammentasse alla curia papale come la restaurazione dell'autorit imperiale fosse un fatto compiuto. L'annalista piacentino, di fede ghibellina, riferisce che Gregorio "si dispiacque a morte" per questo dono alla Citt Eterna; essendo uomo di parte, non  il caso di prestargli eccessiva fede, ma sicuramente Gregorio non si rallegr della decisione dell'imperatore di corteggiare il comune di Roma. I suoi rapporti con l'amministrazione cittadina erano, come abbiamo gi pi volte osservato, estremamente precari; in passato era stato costretto a rivolgersi a Federico contro i Romani, per cui non poteva certo rallegrarsi che Federico prestasse aiuto ai Romani contro di lui. Si ritrovava deliberatamente messo alle corde. L'iscrizione associata al carroccio sul Campidoglio, esplicita nel precisare a chiunque la leggesse che il trofeo "celebra i trionfi di Cesare" ("triumphos Caesaris ut referat"), comunicava un senso di esultanza che il papa non poteva condividere. Si aggiunga al tutto la bizzarria rococ di Pier delle Vigne, azzardatosi a promettere ai Romani che, in ossequio all'antica prassi, la nobilt cittadina di vecchia data sarebbe stata reintegrata nelle sue funzioni: un'assicurazione impegnativa, considerando che ai principi tedeschi era gi stata data certezza che essi soli erano i veri Padri Coscritti (a volte le promesse politiche scaturenti dalla corte di Federico erano ammantate di nebulosa verbosit).
Prevedibili le conseguenze in Alta Italia. La Lega Lombarda entr in lenta dissoluzione. Lodi, vittima di innumerevoli aggressioni milanesi, cadde senza quasi colpo ferire (12 dicembre 1237) in mano imperiale. Milano dovette sopravvivere all'inverno, in attesa della nuova campagna militare con l'imperatore alle porte. Uno ad uno i suoi alleati chiedevano la pace o ripudiavano la Lega. L'auspicato protettore, il pontefice, non era in grado di opporsi allo strapotere di Federico. Non restava che avviare un negoziato con l'odiato nemico.
Sarebbe tuttavia errato sopravvalutare la forza di Federico Secondo dopo Cortenuova. Lo scontro aveva evidenziato la maggiore duttilit dell'esercito imperiale, di natura alquanto composita (sudditi siciliani e tedeschi si mescolavano a un assortimento di seguaci dei ghibellini) ma cementato nel 1237 dal carisma di Federico. L'imperatore doveva per ancora chiarire le sue intenzioni in Lombardia: imporre un governo centrale piuttosto che ratificare le libert comunali; e rabbonire il pontefice. Tanto per cambiare, la prova che lo attendeva era pi politica che militare.

...

3.

Federico fece troppo assegnamento, nelle settimane successive a Cortenuova, sul terrore che la sua vittoria avrebbe ingenerato. In parte venne illuso dalla subitanea decisione di Milano di aprire le trattative; com'era prevedibile, l'offerta fu poca cosa. Il mercanteggiamento inizi nel dicembre 1237, quando una missione diplomatica milanese propose condizioni assai simili a quelle a suo tempo suggerite dai legati papali: riconoscimento della sovranit di Federico senza perdita dei diritti comunali e territoriali; impegno a fornire diecimila soldati per una crociata; se proprio necessario, un risarcimento in denaro. Avanzando queste "ipotesi di lavoro", i Milanesi contavano senza dubbio sul supporto di Gregorio. Purtroppo l'offerta venne giudicata insufficiente. Federico contrattacc pretendendo una resa incondizionata. La citt doveva rimettersi alla sua misericordia; lui solo avrebbe disposto del destino di Milano. Difficile dire se Federico credesse veramente a una totale capitolazione. Possiamo immaginare che volesse imporre un podest di sua scelta o un governatore militare, dopo aver incamerato un massiccio tributo e confiscato le propriet dei capi ribelli. Ma i Milanesi non avevano scordato che settant'anni prima la loro citt era stata rasa al suolo da Federico Primo ed erano persuasi (forse non a torto) che Federico Secondo ne avrebbe seguito le orme per vendicarsi del loro tradimento verso l'impero. Pu darsi che confidassero nella moderazione dei consiglieri dell'imperatore, ma non v' motivo di supporre che Cremona e le altre citt ghibelline fossero favorevoli a un compromesso. Analizzata dunque la controproposta finale di Federico, i Milanesi reiterarono la loro sfida all'imperatore e gli notificarono che la sua replica era del tutto inaccettabile, accingendosi a far nuovamente risuonare i tamburi di guerra.
L'atteggiamento di Federico nei riguardi delle libert comunali era per molti versi assimilabile a quello del nonno. Certo lo irritava che un pugno di vili mercanti pretendesse di esercitare un'autorit sovrana - fosse in Germania, Sicilia o Lombardia - ma la scarsa simpatia per l'istituzione comunale non significa che egli ignorasse la necessit di una convivenza. Non rientrava nei suoi disegni lo spazzarla via nell'Italia settentrionale; anche in Germania aveva dato il suo assenso allo smantellamento dei comuni nell'ambito dei domini feudali senza in pratica sopprimere i privilegi di molte citt imperiali. Egli non vedeva certo di buon occhio i comuni (possiamo paragonarlo a certi politici moderni nelle loro scaramucce con i sindacati), ma riteneva di poter trovare una soluzione di compromesso basata sull'interpretazione rigorosa della pace di Costanza del 1183. Gli abitanti di Cremona, Reggio e delle altre citt che si erano sempre dimostrate fedeli non furono cos assoggettati a un rigoroso controllo imperiale; anzi (com'era avvenuto con Federico Primo) si videro confermare la loro autonomia in premio della lealt dimostrata. Una diversa sistemazione si imponeva per quelle citt che con maggiore riluttanza si erano date al vincitore. Padova, una conquista dei da Romano, e Lodi, espugnata dallo stesso Federico, dovettero adattarsi a un podest imperiale, anche se questo non ne pregiudicava la conduzione degli affari interni, ovviamente previo esproprio ed epurazione dei capi guelfi e riconoscimento da parte dei cittadini della sovranit dell'imperatore. Si dava per scontato che anche loro provvedessero armati a sostegno della campagna lombarda. Non era prevista la costituzione di presidi a componente germanica, ma intorno al 1240 il podest imperiale nelle citt soggiogate era sovente un barone siciliano. Tuttavia anche questa  una manifestazione del graduale evolversi dell'ideologia di Federico. Via via che si intensificava il conflitto con i rivoltosi e il papato, egli decise di applicare controlli pi rigidi nelle zone meno affidabili. Non si deve per pensare a un tentativo di incapsulare la Lombardia nel modello siciliano di governo burocratico, centralizzato. Nel 1239 alla Lombardia venne preposto, in qualit di vicario-generale, suo figlio Enzo, re di Sardegna, deputato per in sostanza al coordinamento delle relazioni con gli alleati, i singoli podest imperiali e l'esercito teutonico; Enzo non era affatto una copia lombarda del sovrano siciliano. I suoi poteri di arbitro tra le citt e giudice di pace per i loro abitanti non avevano assolutamente un carattere rivoluzionario, n la sua facolt di creare giudici e notai ed esercitare altri tradizionali diritti di regalia andava di necessit a scapito dell'autorit dei comuni devoti, obiettivamente bisognosi di un potere superiore in grado di assolvere per loro conto queste funzioni essenziali. Molte municipalit lombarde avevano accettato le risoluzioni di Federico nel timore che l'apparato burocratico potesse altrimenti incagliarsi. Le citt ribelli agli Hohenstaufen avevano pur necessit di un'autorit al di sopra delle parti che garantisse tali servizi; nel Dodicesimo secolo la Lega Lombarda, agendo in nome collettivo, e (in misura minore) papa Alessandro Terzo si erano accollati questi compiti, cui peraltro avevano aspirato la Lega, Gregorio e, da ultimo, Enrico (Settimo) nelle loro zuffe con Federico Secondo. I cittadini aborrivano qualsiasi vuoto di potere: pur essendo "libero", il comune si appoggiava alla sovranit indiscussa del papa, dell'imperatore o di un altro principe; la questione non era se esistesse un'autorit superiore, ma quali ne fossero le prerogative. L'affollarsi di pretendenti, identificabili in Gregorio Nono, Federico Secondo e, per breve tempo, Enrico (Settimo), garanti per giunta ai guelfi lombardi una discreta libert di manovra. Persino i Milanesi non negavano la signoria dell'imperatore, ma sostenevano che i suoi atti tirannici li avevano esentati dalla pratica di tutti gli obblighi di fedelt; e che in ogni caso dovevano per l'appunto soltanto fedelt, e non tributi o coscritti. Soltanto Venezia rivendic un'esplicita indipendenza dall'autorit dell'impero, del papato o di chiunque altro, dopo aver per molti secoli messo in abile contrapposizione le richieste di imperatori tedeschi e bizantini.
Il gran rifiuto milanese non significava che Federico fosse costretto a stringer d'assedio Milano. Egli continu a procedere con flemmatica determinazione, rafforzando i suoi effettivi non tanto per una mischia conclusiva quanto per fiaccare ancor pi il morale gi basso del nemico. Allo scadere del giugno 1238 Federico aveva riunito in Lombardia truppe lombarde, siciliane e tedesche, queste ultime sotto il comando del nuovo re dei Romani, Corrado. Un generoso contributo venne fornito dagli scalpitanti Cremonesi. Il diffondersi delle notizie relative alla guerra, grazie ai bollettini inviati alle varie corti europee, fece affluire in Lombardia un gran numero di cavalieri provenienti da territori assai lontani dalla giurisdizione di Federico: Grecia e Spagna dei Franchi, e poi ancora Ungheria, Francia e Inghilterra. Alcuni erano stati mandati specificamente per aiutare Federico, un centinaio ad esempio di inglesi dalla corte di Enrico Terzo, cognato dell'imperatore; ma molti erano giovani di belle speranze in cerca di gloria. Dieci anni prima, uomini di questo genere si sarebbero aggregati alla sua crociata; dieci anni dopo, si sarebbero offerti volontari per liberare l'Andalusia dai Mori. Vedremo tra poco quale significato per i suoi rapporti con la Santa Sede ebbe l'appello di Federico in paesi lontani come l'Inghilterra. E tuttavia, in tutto questo lasso di tempo, l'imperatore non si stanc di ribadire con enfasi le sue speranze per una composizione diplomatica. Gregorio intanto si dibatteva in una morsa talmente stretta che il suo risentimento per i successi di Federico si fece incandescente.
Ci che occorreva al pontefice era un rivolgimento delle fortune dell'imperatore in Lombardia. Le sue preghiere parvero sul punto di essere esaudite nell'estate del 1238, quando Federico si trov impaludato nell'assedio di Brescia. L'attacco non era stato lanciato a caso. Situata a levante di Milano, Brescia, una volta conquistata, sarebbe diventata un ponte tra le basi imperiali nella Lombardia orientale, attorno a Verona, e il bersaglio milanese. Caduta Brescia, inevitabilmente Milano avrebbe dovuto offrire ramoscelli d'ulivo. D'altra parte la cinta di mura bresciane non era giudicata inespugnabile e, onde propiziare la vittoria, Federico mise in campo un terrificante assortimento di catapulte, arieti, macchine d'assedio e ingegneri minerari. Purtroppo l'entusiasmo gioc un brutto scherzo. Uno dei tecnici, uno spagnolo di nome Calamandrino, cadde in mani nemiche e venne persuaso con munifici doni (una casa corredata di moglie) a cambiar bandiera. L'inconveniente con i soldati di professione  proprio la loro estrema, come dire, volatilit. Calamandrino si rivel un ottimo acquisto per i Bresciani, cui insegn a costruire catapulte abbastanza efficaci da danneggiare le torri d'assedio di Federico. Gli imperiali rivestirono allora la parte frontale, in un gran dispendio di funi, con i corpi dei nemici catturati, supponendo giustamente che i Bresciani avrebbero esitato a ferire i loro congiunti. Crudelt genera crudelt: gli assediati calarono dai bastioni i prigionieri in modo che venissero a trovarsi sul percorso degli arieti di Federico. Insomma, una classica situazione di stallo, che per i Bresciani in ottobre risolsero con un audace colpo di mano: una sortita notturna frutt l'uccisione di molti Germani immersi in un sonno beato e manc di poco lo stesso Federico. Giovandosi del peggiorare delle condizioni atmosferiche e dell'approssimarsi della fine della stagione utile alle manovre militari, l'imperatore ripar a Cremona, ma era innegabile che aveva avuto la peggio. Un segnale dei dirompenti effetti della vittoria bresciana ci viene dal comportamento dei Bresciani di parte ghibellina, disperanti che l'imperatore potesse ottemperare alla troppo disinvolta promessa di reinsediarli al potere: Federico offr a compenso terre in Sicilia, intorno a Corleone, dove si suppone si siano installati a centinaia insieme ad altri esuli ghibellini.
La conseguenza peggiore della batosta di Brescia fu per il risvegliarsi degli appetiti di Gregorio. Nell'estate del 1238 era stato nominato un nuovo rappresentante papale in Lombardia, Gregorio di Montelongo, che per una dozzina d'anni sarebbe divenuto una spina nel fianco di Federico. Gregorio Nono era giunto alla determinazione, ancor prima del successo bresciano, di dover rafforzare la propria posizione in Lombardia. Se Federico fosse uscito vincitore, il pontefice avrebbe dovuto lavorar sodo per trascinare l'imperatore nei vaghi ma coscienziosi progetti di una nuova crociata, distogliendolo dalla Lombardia e proiettandolo in una missione palesemente orchestrata dalla Santa Sede; nel caso invece di trionfo bresciano, il papa avrebbe potuto presentarsi ai Lombardi nelle vesti del campione ritrovato, contenendo le iniziative di Federico tramite alleanze strategiche e costringendolo a ritirarsi dalla Lombardia - magari, perch no, orientandosi verso la conclamata spedizione in Terra Santa. In altri termini, Gregorio si considerava ancora un sensale di pace, questa volta per disposto a far valere le sue ragioni con le armi. Se l'imperatore si fosse ostinatamente rifiutato di stipulare con i Lombardi un accordo di piena soddisfazione per gli interessi papali, Gregorio avrebbe avuto conferma dell'ostilit di fondo di Federico; la pace di San Germano non avrebbe avuto pi motivo di esistere.
Il 1238 accumul nuove tensioni tra i due contendenti. Divenne manifesto a Federico che Gregorio sorvegliava ogni sua mossa in Italia e lo provocava con insopportabile esuberanza. Poca sorpresa dest l'annuncio della scissione di Genova nell'autunno 1238; sin dal 1220 i Genovesi non avevano perdonato all'imperatore l'abolizione dei loro privilegi mercantili in Sicilia e del dominio su Siracusa. Pur continuando a commerciare in Sicilia, erano irritati per le maggiorazioni doganali e la limitata influenza a corte. Mortificare Federico (informandolo dell'intenzione di non rinnovargli, al momento opportuno, il giuramento di fedelt) era comunque un passo malagevole e pericoloso, poich affiancava Genova a Milano nella ribellione contro l'impero. Federico poteva interrompere i loro scambi con il Levante, che passavano in acque siciliane; era altres presumibile che desse man forte ai Pisani nella loro interminabile faida con i Genovesi, combattuta praticamente in ogni angolo del Mediterraneo; infine, quale re titolare di Gerusalemme, era in grado di incidere sulle fortune genovesi nel Vicino Oriente. La mossa genovese  dunque legata alla convinzione, enunciata dal podest, che l'imperatore avrebbe inoltrato richieste finanziarie e navali insopportabili, soffocando con tutta probabilit le antiche libert cittadine. La presa di posizione di Genova non venne sulle prime sollecitata dal papa; ma Gregorio apprese le novit con giubilo, inviando urgenti messaggi di sostegno e suggerendo che era venuto il momento di unire le forze con Venezia, seconda soltanto a Pisa tra i nemici pi irriducibili di Genova. Un vero colpo maestro da parte sua. L'unica sicurezza in mare su cui Genova poteva contare, in opposizione a Federico, sarebbe stata quella garantita dal suo massimo rivale commerciale. Prima di Natale i due comuni, con encomiabile rapidit, riuscirono a elaborare un accordo di protezione reciproca. Insieme, Genova e Venezia erano in grado di sventare le minacce di chiunque attentasse alla libera circolazione delle merci lungo le coste italiche: chiara l'allusione alla flotta siciliana. Entrambe promisero appoggio al papa contro chi avesse disubbidito alla sua autorit: questo senza neppure avere siglato un patto formale con il papato (concretizzatosi soltanto nel luglio 1239, per Genova, e nel settembre di quello stesso anno, per Venezia). Ambedue si impegnarono anche a non firmare un trattato con Federico prima del 1247, salvo approvazione della Santa Sede.
Genova aveva importanti interessi secondari che coincidevano con quelli del papato. A questo proposito  rivelatrice una clausola del concordato con Venezia. Ambo le parti erano vincolate a proteggere i traffici tra la Sardegna e Genova. Venezia non era direttamente coinvolta in Sardegna, che viceversa per la sua fresca alleata era fonte di grandi amarezze. Nel Dodicesimo secolo i Genovesi avevano blandito Alessandro Terzo nella speranza di vedersi riconoscere il loro titolo all'isola, considerata un notevole serbatoio potenziale di grano, lana, argento, persino schiavi. Per esser pi chiari, i Genovesi erano disposti ad accettare la sovranit di Alessandro sull'isola in cambio della conferma del possesso di alcune sue parti - il Nord-ovest e l'Ovest; non si illudevano certo, ove pur fossero riusciti a strappare al pontefice una concessione, di poter espellere d'incanto i rivali pisani, saldamente attestati nelle regioni nordorientali. Le istanze di potere sovrano della Chiesa - una tradizione di lunga data ma in larga misura inoperante - cozzarono contro le rivendicazioni di Federico Primo, che si adopr a favore dei Pisani. Con gli anni trenta l'isola venne ripartita tra fazioni concorrenti di marca genovese e pisana; persino i "giudici" locali erano allacciati per via di matrimonio alle due repubbliche. Una delicata mediazione diplomatica frutt a Gregorio Nono il temporaneo riconoscimento della sua sovranit da parte della principessa Adalasia, signora di Torres e di Gallura nella Sardegna settentrionale; rimasta ella vedova poco dopo, il papa vagheggi di rimpiazzare l'ex consorte pisano con uno dei suoi tirapiedi, certo Guelfo de Porcaria. Ma Adalasia era preda appetibile sul mercato internazionale. Le gi scarse virt di Guelfo si azzerarono quando spunt all'orizzonte un figlio illegittimo del Sacro Romano Imperatore. Adalasia and in sposa a Enzo, elevato per l'occasione al rango di re di Torres e Gallura - un titolo che gli rec poca gioia, stante i doveri sul continente e il successivo imprigionamento a Bologna. Per giunta la creazione di un nuovo regno all'interno dell'impero, in un territorio considerato dai papi soggetto alla loro giurisdizione, fu motivo di profonda offesa per Gregorio Nono. A onor del vero, Federico aveva promesso di difendere i privilegi papali in Sardegna e Corsica prima del suo ritorno dalla Germania in Sicilia nel 1219-20. Quasi non bastasse, Sardegna e Sicilia agli occhi dei pontefici condividevano un aspetto essenziale. Contestare la venerabile autorit del papato nell'una equivaleva implicitamente a negarla nell'altra; la subordinazione del re di Sicilia alla Santa Sede veniva fatta risalire alla Donazione di Costantino, prova inconfutabile dei diritti papali nelle isole del Mediterraneo - nulla era dunque da considerare la decisione dell'imperatore di trasformare la Sardegna in un regno. D'altra parte Federico non aveva alcuna intenzione di cedere. La Sardegna, a suo dire, aveva sempre fatto parte dell'impero romano. Poich egli aveva promesso di riportare l'impero ai fasti del passato, com'era noto al mondo intero, non avrebbe allentato i suoi sforzi. L'imposizione dei diritti imperiali sulla Sardegna gli port naturalmente pi danni che vantaggi. L'isola era remota e pressoch inutile alle sue lotte in Lombardia (in seguito i papi cercarono di reclutarvi cavalieri, con ambigui risultati, da opporre a Federico). La politica adottata in Sardegna valse a rafforzare i sospetti dei Genovesi, per il semplice motivo che i loro antichi insediamenti a Alghero, Castelsardo (o Castelgenovese) e Casteldoria rientravano nell'ambito del "re di Torres e Gallura". L'interferenza negli affari della Chiesa sarda venne brandita contro Federico dal papato come segno della sua indocilit. Davvero un'impresa memorabile l'esser riuscito a spingere Genova e Venezia l'una nelle braccia dell'altra passando sopra a una nutrita serie di controversie! Sino a poco tempo addietro la loro inimicizia era stata profonda quanto quella tra Federico e Milano.
Il 1238 fu un anno di grandi manovre, ma ci non significa che fosse esplosa un'intensa guerra di libelli. I contatti diplomatici dovevano continuare: quali che fossero gli umori, ciascuno voleva dimostrare che l'irragionevolezza stava tutta dalla parte opposta. Dispiace perci che gli storici abbiano introdotto arbitrariamente testimonianze del 1239 e persino del 1243 nella loro disamina delle vicende del 1238. Non  lecito tirare in ballo la propaganda al calor bianco di un papato ancora una volta deciso a distruggere Federico Secondo in riferimento alla prudente attesa, carica di diffidenza, durante e dopo l'assedio di Brescia. Senza dubbio ogni insulto veniva debitamente registrato: Gregorio era interessatissimo ai rapporti che gli giungevano sul trattamento riservato da Federico alla Chiesa siciliana; sulla supposta immoralit e crudelt dell'imperatore; sulla sua condotta, dieci anni prima, in Palestina. Pier delle Vigne affilava la penna studiando i retori classici dai quali dichiarava di aver tratto il suo stile ornato. Ciascun contendente sapeva che un conflitto aperto avrebbe detto una parola definitiva sulle proprie capacit di trovare e conservare appoggi.

...

4.

Venne l'inverno, trascorso per la gran parte dalla corte imperiale a Padova, quasi a simboleggiare la trionfante avanzata di Federico, Ezzelino e dei ghibellini nell'Italia nordorientale. Era tempo di mettere a buon frutto, mediante la diplomazia, quanto era stato ottenuto sul campo di battaglia. Gli occhi di tutti erano ovviamente puntati sull'antagonismo tra Ezzelino da Romano e la casa d'Este. Poich da due decenni Azzo d'Este aveva messo in atto una snervante altalena tra guelfi e ghibellini, Federico cerc di avvincerlo definitivamente al campo imperiale dando in sposo il figlio di Azzo, Rinaldo, alla figlia del fratello di Ezzelino, Alberigo. Purtroppo Alberigo si rivel altrettanto capriccioso e sostanzialmente incline a coltivare i propri interessi. Sospettoso forse oltre misura, Federico mand Rinaldo e la moglie nell'Italia meridionale come ostaggi a garanzia della buona condotta dei genitori. Vi lascio immaginare il loro disagio, accentuatosi ulteriormente quando Alberigo si rese conto che lui e Azzo d'Este avevano una comune convenienza ad opporsi all'imperatore. Ove avesse deciso di dichiarar guerra a Federico, Gregorio avrebbe potuto contare sul loro appoggio.
Non era difficile prevedere la prossima mossa del papato. Avvalendosi delle paludate adulazioni di delle Vigne, Federico riusc a portar dalla sua parte i Padovani, inizialmente riluttanti. Ben altro era per in gioco. Appare probabile che l'imperatore fosse al corrente dell'intenzione di Gregorio di colpirlo nuovamente di scomunica; in seguito, accenn ripetutamente all'esistenza in seno alla curia di violenti contrasti provocati da cardinali di origine non lombarda (ma non v' dubbio che tra gli oppositori del pontefice vi fosse anche qualche prelato lombardo). Gregorio comunque non si lasci smuovere e nel giorno della Domenica delle Palme del 1239 scagli il suo anatema. Ci che sorprende non  l'imposizione della condanna, ma la spiegazione che ne venne data di fronte al mondo. La bolla di scomunica si sofferma appena sulla questione lombarda, accusando invece esplicitamente Federico di essersi appropriato di alcuni territori della Chiesa nell'Italia centrale e di aver impedito la libera circolazione dei legati papali - quest'ultimo motivo di lagnanza sembra per riferirsi all'imprigionamento dei nunzi di ritorno dall'Inghilterra pi che a ingerenze nella diplomazia pontificia in Lombardia. Deliberatamente, non aveva sollevato un dito in difesa di Gerusalemme: un'allusione trasversale alla Lombardia, essendo suo dovere - come da molti anni andava sostenendo il papato - anteporre la sorte della citt santa ai suoi propositi di vendetta. Ad ogni modo certe aggiunte nulla sembrano avere a che fare con l'occulto, sottinteso "casus belli" della Lombardia: la decisione di Federico di negare il passaggio a un principe tunisino, trattenuto dai suoi funzionari in Sicilia, era del tutto estranea alla crisi padana, inserendosi piuttosto nel contesto di un delicato equilibrio di potere che aveva come oggetto la cooperazione del sultano con Tunisi - tributario al regno di Sicilia di una bella sommetta in oro puro. Gregorio fece per sapere che Abdul-Aziz era fuggito da Tunisi per essere battezzato, lasciando cos intendere che Federico ostacolava la conversione dei musulmani al cristianesimo. Una bordata preliminare in un fitto programma teso a gettar discredito sulla saldezza della fede dell'imperatore.
Segno non meno importante dello scarso conto in cui Federico teneva la religione cristiana era il suo modo di agire nei confronti della Chiesa siciliana. La maggior parte della bolla di scomunica  in realt un'elencazione dei suoi crimini (pi volte contestati in passato) nel "regno". La pretesa di costringere i chierici a contribuire alle sempre pi gravose tasse necessarie per alimentare lo sforzo bellico; la riscossione delle entrate delle diocesi e di altri uffici vacanti (e lasciati a bella posta tali a lungo); la confisca delle propriet ecclesiastiche - ecco la lampante dimostrazione che egli era un nemico inveterato del cristianesimo. Naturalmente veniva passato sotto assoluto silenzio il riconoscimento della giurisdizione dei vescovi in materia spirituale, cos com'era ignorato l'aiuto prestato al papato contro i Romani durante gli anni di buona armonia tra impero e Santa Sede, mentre lo si accusava di essere l'istigatore dei subbugli nell'Urbe (senza dubbio l'omaggio del carroccio ancora turbava i sonni di Gregorio). Pybus e Powell hanno in realt dimostrato che Federico, pur senza dar prova di particolare generosit, non spogli la Chiesa siciliana, confermando anzi le esenzioni fiscali di parecchie grandi abbazie e cercando per quanto possibile di evitare contrasti in materia ecclesiastica, ben sapendo - grazie all'esperienza dei suoi predecessori e ai fuggevoli dissapori avuti in giovent - quanto simili baruffe fossero dannose per l'autorit regia e i rapporti con il papato. Il mosaico di Tommaso Becket nell'abside della cattedrale di Monreale era testimonianza pi che sufficiente dei guai in serbo per i sovrani che venivano a urto con il clero; nell'ambiente confessionale Federico contava pochi sostenitori sinceri, come Berardo, arcivescovo di Palermo, e il celebre francescano Elia da Cortona. Non di meno, uno dei problemi originatisi durante la minorit di Federico era stata la scriteriata assegnazione di terre e benefici ai prelati pi autorevoli nel "regno"; uniformandosi al comportamento tenuto con i Genovesi e i Germani, anche nel caso dei vescovi l'imperatore rifiut di sanzionare siffatte prodighe concessioni dei pontefici e dei loro agenti nell'Italia meridionale. Fu perci uno scherzo per il papato ritagliargli il ruolo di predatore dei beni chiesastici, anzich di restauratore dei possessi della Corona temporaneamente ceduti alla Chiesa. Sulla questione del clero siciliano, le rimostranze della Santa Sede avevano naturalmente origini remote. La legazia apostolica, accordata da Urbano Secondo a Ruggero Primo nel 1098, continuava a essere causa di aspra conflittualit. La rinuncia dell'imperatrice Costanza ai privilegi dei suoi predecessori non imped a Federico di disciplinare rigidamente la Chiesa siciliana. Sull'altro versante, il papato mai si discost dalla tesi che il regno di Sicilia era un feudo del Santo Padre, completamente separato dall'Impero romano, e che gli affari interni del "regnum" erano oggetto da parte sua di costante e ravvicinato interesse.
Questa volta Gregorio avrebbe per attuato una strategia assai diversa da quella adottata con la spedizione dei "Clavisignati" all'inizio del suo pontificato. Nonostante le continue lamentele per la condotta dell'imperatore, non gli sfuggiva la difficolt di sovvertire il regno di Sicilia. I piani d'invasione messi a punto insieme ai Veneziani e ai Genovesi (luglio e settembre 1239) presupponevano comunque una guerra su due fronti, trattenendo l'imperatore in Lombardia il tempo sufficiente a consentire alle flotte delle due repubbliche di traghettare un gran numero di uomini al Sud d'Italia. L'ottimismo dilagava: si sarebbero trovate le truppe per entrambe le guerre, in Lombardia e Sicilia. Ma dove? Anche in questo caso Gregorio adott una soluzione diversa da quella sperimentata nel 1229. La guerra delle "chiavi" venne ora presentata come una crociata vera e propria; vedremo per tra breve che questo fu un processo graduale, entro certi limiti determinato dalla reazione di Federico alla scomunica e in generale alle pressioni cui era sottoposto. A prestar fede all'annalista ghibellino di Piacenza, il legato Gregorio di Montelongo proclam una crociata contro l'imperatore a Milano nel 1239, ma quasi certamente si tratt di un tentativo localizzato di rivitaminizzare gli entusiasmi milanesi, alquanto raffreddatisi soprattutto dopo la batosta di Cortenuova. Di maggior aiuto nell'immediato alla causa di Gregorio fu l'invio di sacerdoti da un capo all'altro dell'impero, con l'incarico di notificare ai sudditi di Federico il bando pontificio e di invitarli a rinunciare all'impegno di fedelt verso l'imperatore (il diritto canonico stabiliva che sarebbero stati automaticamente sciolti da ogni vincolo di lealt se la scomunica non fosse stata tolta nel volgere di un anno esatto). Informato di questa campagna, Federico chiuse le porte del "regnum" a chiunque provenisse dalla curia papale e proib la circolazione delle bolle accusatorie del pontefice. Al clero venne fatto espresso divieto di applicare l'interdetto papale sugli uffici divini.
Contromisure a parte, era necessario replicare sullo stesso tono. Il papato, servendosi dei nunzi accreditati presso le corti europee e ricorrendo spregiudicatamente ai monaci, era in grado di diffondere il suo messaggio con rapidit ed efficacia. Gregorio sperava di spillare denaro e truppe da paesi lontani come l'Inghilterra, l'Ungheria e la Scandinavia. Federico doveva controbattere denunciando ai colleghi la minaccia che le interferenze ecclesiastiche negli affari della Sicilia e dell'impero ponevano implicitamente per ogni testa coronata: al cognato Enrico Terzo (vassallo della Santa Sede, in conseguenza della sottomissione di re Giovanni a Innocenzo Terzo); al suo vicino, Luigi Nono di Francia, personaggio di crescente influenza in Occidente. Luigi si mostr tetragono alle sollecitazioni di Gregorio, cui rimproverava senza mezzi termini di essersi spinto troppo innanzi nel tentativo di abbattere l'imperatore; fosse stato Federico condannato da un concilio in piena regola, fece sapere, avrebbe forse rivisto la sua posizione. La solidariet tra sovrani era evidentemente un principio dal quale Luigi di Francia non aveva alcuna intenzione di discostarsi nei suoi rapporti con Federico Secondo. Pi malleabile fu Enrico Terzo, timoroso, stando a quanto ci riferiscono le fonti inglesi, di divenire a sua volta bersaglio degli strali papali. Predicazione e raccolta di fondi furono dunque consentite in Inghilterra, ma a dire il vero suscitarono scarsi entusiasmi. Non va dimenticato che solo un paio d'anni prima molti cavalieri inglesi avevano aiutato l'imperatore contro i Lombardi. Vi era simpatia per Federico; e l'imperatore rimprover al cognato di avere deliberatamente ignorato i vincoli di parentela appoggiando il pontefice.
La meditata presa di posizione di Luigi Nono rispecchi, senza dubbio inconsapevolmente, la linea difensiva scelta in prima istanza da Pier delle Vigne contro la bolla di scomunica, sotto forma di un'orazione pubblica pronunciata nel Palazzo Comunale di Padova. Federico, a suo dire, non aveva agito ingiustamente ma era stato ingiustamente attaccato; l'imperatore sarebbe stato ben lieto di confessare i suoi errori se di fatto li avesse commessi. Non si poteva comminare una pena a chi si era comportato correttamente: " giusto sopportare con pazienza la sofferenza che si  meritata; amarezza produce al contrario la punizione imposta senza giustizia". Le parole erano di Ovidio ("Eroidi" 5.7-8), non a caso (a preferenza di un testo sacro) saccheggiato dall'oratore. E che Pier fosse in grado di rivaleggiare con le pi eloquenti e risonanti epistole della smaliziata curia papale venne dimostrato nell'aprile 1239, quand'egli indirizz ai governanti europei un'enciclica, firmata da Federico, che esprimeva una colorita e variegata condanna di quel prete impuro, quel giudice iniquo, quel profeta cieco, che era Gregorio Nono. Cos l'imperatore arringava i potenti d'Europa: "Quando un incendio divampa a voi vicino, dovete affrettarvi a inondare d'acqua anche la vostra stessa casa"; detto in altri termini, tolta di mezzo la mia autorit, non sar difficile soggiogare tutti gli altri regimi. A titolo personale, Pier delle Vigne fu ancora pi esplicito. Assegnando a Federico il ruolo di Ges dinnanzi ai suoi accusatori, egli evocava l'immagine dei "farisei" radunati in conclave contro il loro signore, l'imperatore romano, sbigottiti per i suoi trionfi e timorosi che una completa vittoria sui Lombardi sarebbe stata seguita dall'estirpazione di tutta la loro genia. Non era pi tempo di indugio: "Essi dissero: attacchiamo il nemico, che le nostre lingue e le nostre frecce non pi siano nascoste; che vengano estratte, per colpire; colpire cos da ferire; ch'egli sia ferito cos che cada; che cada cos da non potersi risollevare, in modo che appaia la vuotezza del suo sogno". La ricerca di analogie con la vita di Ges avrebbe trovato nuove e ripetute formulazioni nell'infuriare degli scambi di colpi proibiti. Siffatto linguaggio mirava a mettere in evidenza la funzione dell'imperatore come rappresentante di Dio in terra, attribuendo implicitamente a lui, e non al falso sacerdote Gregorio, lo status di Vicario di Cristo. Queste idee, nella loro sostanza, non erano affatto innovative: sin dall'Undicesimo secolo i re tedeschi si erano opposti al presunto primato della Chiesa in nome di un rapporto privilegiato con l'Onnipotente e l'apparato propagandistico di Federico Primo aveva fatto ampio uso di affermazioni del genere, sia pure elegantemente paludate di allusioni classiche e bibliche. D'altra parte, non bisogna dimenticare che il regno siciliano, sotto il possente influsso di Bisanzio, era pervaso da una concezione della monarchia che assegnava al sovrano il ruolo di portavoce dell'Altissimo e che addirittura i mosaici della Martorana, cent'anni prima di questi avvenimenti, avevano osato dare al re lo stesso volto di Cristo.
L'impeto della campagna di delle Vigne provoc una sanguigna reazione nella curia papale. I pontefici del Tredicesimo secolo gratificarono gli Hohenstaufen di un linguaggio di violenza estrema e, come sempre si verifica quando i toni si fanno apocalittici,  difficile dare una valutazione obiettiva. Gregorio riconosceva davvero in Federico il "precursore dell'Anticristo", un mostruoso leviatano a sembianza di pantera ma con le zampe di un orso, vomitante oscenit da una bocca leonina? Le metafore si accavallavano: la pantera era anche un "lupo travestito da agnello" (un'immagine, questa, possiamo dire di repertorio), uno scorpione. Ma questo non  che il prologo a un assalto sostenuto e coerente alla persona di Federico. Bersaglio dichiarato era diventata non soltanto la sua politica, ma il carattere malvagio che di questa politica era causa prima. Laddove Federico strapazza il papa screditandone la fede e il senso di giustizia, Gregorio si sforza di ritagliare all'avversario il ruolo di disertore del cristianesimo. Non bastava che avesse depredato la Chiesa dei suoi privilegi e possedimenti: aveva condannato Mos, Ges e Maometto quali "tre impostori", si era preso gioco del dogma dell'Immacolata Concezione e aveva condotto un'esistenza di notoria immoralit. Sotto forma di sodomia, quest'ultima denunzia, peraltro non suffragata da alcuna testimonianza, era gi stata ventilata nel 1238. L'accusa mossa a Federico di aver parlato in termini cos irrevocabili dei "fondatori" del giudaismo, del cristianesimo e dell'islamismo  quasi certamente pura immaginazione: almeno nel mondo islamico, asserzioni analoghe erano state messe in bocca a supposti miscredenti gi nell'Undicesimo secolo. Per buona misura, i libelli papali rinfacciavano altres a Federico di essere troppo accondiscendente nei confronti di una delle fedi (quella maomettana) che si diceva condannasse in pubblico.
La risposta, cesellata da Pier delle Vigne, non si fece attendere. L'idea che l'imperatore fosse un eretico veniva liquidata con una risata ed anzi ritorta contro chi l'aveva scagliata, reo di comportarsi in modo contrario ai precetti cristiani. L'atto stesso di coprire d'ingiurie Federico, in queste circostanze, era una sorta di autogol per un papato assolutamente privo di umilt. Traspare forse qui un accenno a quella corrente di pensiero secondo la quale la diocesi di San Pietro avrebbe dovuto tornare alla povert originaria lasciando gli affanni del campo di battaglia al principe della pace in terra, l'imperatore romano (e ci pare il caso di notare che il controverso ministro generale dell'ordine dei francescani, Elia da Cortona, rese buoni servigi all'imperatore e probabilmente non fu estraneo ad alcune di queste idee). Tutto sommato per la replica di Federico sposa una dottrina pi moderata. Potere ecclesiastico e imperiale coesistono, senza venir ad urto l'un con l'altro - come il sole non  d'ostacolo alla luna, cos il potere spirituale non sottrae luce a quello temporale. N, spieg Federico in un successivo proclama, egli si era mai sognato di tacciare d'impostura Mos, Ges e Maometto. Era devoto ai princip del cattolicesimo, riconosceva la parte gloriosa avuta da Mos nel dispensare le Leggi Divine ai Figli d'Israele e sapeva benissimo, come chiunque potesse dirsi cristiano, che Maometto era nemico di Dio e che, mentre il suo corpo era stato disperso dai diavoli nel vento, l'anima era condannata alla tortura eterna nell'inferno. In breve, una rigorosa professione d'ortodossia. Era piuttosto Gregorio, si leggeva tra le righe, a inclinare verso Maometto; lui era il vero Anticristo, anzi di pi: un falso profeta, paragonabile a Balaam, una mina vagante per la pace, come il cavallo rosso nel Libro della Rivelazione.  lecito chiedersi se questa prosa fervida e ridondante abbia guadagnato a Federico pi amici che non le ardenti lettere di Gregorio. Luigi Nono, Enrico Terzo e i vari responsabili dei comuni italiani erano consapevoli che le visioni di catastrofe incombente nascondevano un mondo reale dove le questioni in gioco erano la supremazia tra papa e imperatore, la sopravvivenza delle libert civiche, la salvaguardia dei beni ecclesiastici, la futura sicurezza della Terra Santa. I cronisti del Tredicesimo secolo di rado si lasciavano trascinare dalla retorica della diatriba tra le due massime autorit terrene; gli annalisti italiani, ad esempio, riportano all'occorrenza qualche brano significativo ma si dimostrano poco sensibili alla tesi dello spuntare degli ultimi giorni della storia dell'uomo, convinti che in qualche modo il conflitto verr risolto, magari temporaneamente, da un'altisonante vittoria di uno dei contendenti, sul campo di battaglia o sotto le mura di una delle citt pi importanti: Milano, o Roma stessa. Gregorio Nono d certo prova di un appassionato impegno volto alla distruzione di Federico che trover riscontro nel suo successore, Innocenzo Quarto. Ma laddove il secondo  un organizzatore, adulatore e sottile diplomatico, il primo  soprattutto un maestro d'invettiva. D'altronde non dispone di molte altre armi: non tutti i cardinali credono in lui;  isolato dagli alleati lombardi; il senato e il popolo romano lo hanno in antipatia; i sovrani d'Europa sono stufi delle sue chiacchiere. A dispetto di tutto, papa Gregorio si accinse a dimostrare, sconfiggendo l'imperatore, la giustezza della sua causa.

...

Capitolo decimo.
CONTROLLO A DISTANZA.


1.

Chi si compiace di vedere in Federico Secondo un esponente del razionalismo, un brillante esecutore di un'azione di governo coerente, non si limita a valutarne l'atteggiamento nei confronti del papato e dei sudditi lombardi e tedeschi, dando per scontato che la sua conduzione degli affari siciliani dopo il 1220 riveli inequivocabili doti di controllo centrale burocratico assolutistico. Abbiamo tuttavia a suo tempo osservato che il contenuto del "Liber Augustalis" del 1231 non  pari all'altisonante titolo; come manifesto di autocrazia  a dir poco inadeguato, preoccupandosi sostanzialmente di sottolineare i diritti del monarca sui suoi vassalli. Qualcosa della gestione quotidiana del regno siciliano nell'ultimo scorcio degli anni trenta e nel decennio successivo ci  comunque noto, grazie soprattutto a una parte di un registro amministrativo che ci  pervenuto attraverso i secoli; ulteriori informazioni provengono da frammenti di altri fascicoli, purtroppo andati perduti, copiati negli atti di regnanti dell'Italia meridionale ansiosi di dar fondamento alle loro rivendicazioni. Invero disporremmo di ragguagli assai maggiori se non fosse per l'improvvisa fine che colse quasi tutti questi documenti nel 1943, quando i discendenti dei sudditi germanici dell'imperatore distrussero senza valido motivo praticamente tutte le testimonianze medievali in quello che, sino a quel momento, era stato uno dei maggiori archivi d'Europa. Insieme al Public Record Office in Londra e agli archivi di Barcellona, Genova, Venezia o Dubrovnik, l'Archivio di Stato di Napoli rappresentava una delle massime raccolte di scritture burocratiche medievali, per lo pi in forma di trascrizioni su voluminosi registri cartacei; conteneva assai pi di un milione di documenti, risalenti al regno di Carlo d'Angi, il grande nemico degli Hohenstaufen, e dei suoi successori al trono napoletano nel Quattordicesimo e Quindicesimo secolo. Tra gli altri vi era un eccezionale registro di 116 pagine relativo al biennio 1239-40, gli anni dell'aspra lotta di Federico contro la crociata di Gregorio Nono. Superfluo dire che si trattava di una briciola di un ben pi ponderoso archivio degli Hohenstaufen; echi supplementari delle perdute registrazioni del periodo antecedente il 1266 sopravvissero in una tarda copia di un registro militare normanno, il "Catalogo dei baroni" (a sua volta andato distrutto), cui senza dubbio vanno aggiunti molti dettagliati resoconti fiscali, ordinati da funzionari provinciali: ahim! tutti ridotti in cenere.
Come pot avvenire un simile disastro? Non molto tempo dopo la dichiarazione di guerra dell'Italia alle Potenze Alleate i pi preziosi documenti degli archivi napoletani furono trasferiti per motivi di sicurezza in una tenuta di campagna dell'entroterra; si paventava che, in tempo di guerra, la stessa Napoli potesse essere oggetto di bombardamenti. La decisione non era campata in aria, ma col 1943 tutta la zona divenne la linea del fronte delle forze alleate avanzanti. I Tedeschi avevano assunto il controllo di gran parte dell'Italia; i partigiani facevano di tutto per contrastarli. Quando alcuni ufficiali germanici furono uccisi dai patrioti della campagna napoletana, apparve chiaro che la popolazione locale avrebbe di nuovo sofferto le feroci rappresaglie che facevano la gioia dei nazisti. Un giovane ufficiale escogit una vendetta diversa, cui dobbiamo se non altro riconoscere il merito di non aver comportato un tributo di sangue. Ma la condanna a morte di reperti minuziosi e insostituibili era per sempre un atto di barbarie. Venne deciso di distruggere i depositi degli archivi. Quando il conservatore obiett (tra l'altro) che cos facendo avrebbero spazzato via anche l'inestimabile libro protocollo del "loro" imperatore, il grande Federico Secondo, gli furono concessi pochi minuti, ma, essendo tutto accuratamente imballato, pot mettere in salvo soltanto un paio di preziose casse. E cos gli archivi se ne andarono in fumo.
Ciononostante il registro di Federico rimase in qualche modo accessibile. Nel 1786 infatti un archivista napoletano, Carcani, copi diligentemente il testo e lo pubblic come appendice a un'importante edizione delle "Costituzioni di Melfi". La trascrizione non era impeccabile e qua e l, in particolare all'inizio e alla fine, il manoscritto si era ormai deteriorato tanto da impedire una decifrazione sicura. D'altra parte, l'opera di Carcani non ebbe la diffusione che forse avrebbe meritato. Una copia and ad arricchire la superba biblioteca di Lord Acton a Cambridge, ma non l'acquistarono n il British Museum, n Oxford, n la John Rylands Library. A distanza di un centinaio d'anni lo studioso francese Huillard-Brholles decise di dare alle stampe tutto ci che di scritto era rimasto della corte di Federico e naturalmente incluse il registro superstite nella sua "Historia Diplomatica", un massiccio compendio che ancor oggi in questo campo costituisce la pietra di paragone. Huillard-Brholles non si attenne per alla versione che aveva sotto mano, infarcita di abbreviazioni d'uso corrente ("scrisse alla stessa persona", "analogamente a cos-e-cos", "e via dicendo", eccetera) e depauperata dell'ampollosa invocazione che introduceva ogni singolo documento. Inoltre provvide a un riordinamento generale, tenendo conto dell'esatto ordine cronologico - i fascicoli erano stati rilegati in modo dilettantesco, anche se gli errori erano evidenti a chi avesse letto il testo di Carcani. Insomma, Huillard-Brholles diede coraggiosamente forma a una ricostruzione di ci che in origine dovevano aver avuto dinnanzi agli occhi gli impiegati addetti alla trascrizione delle lettere e dei decreti che andavano inclusi nel registro. Erano infatti andati perduti non soltanto la precisione rigorosa, ma il senso stesso del registro nella sua interezza: una testimonianza delle modalit di esecuzione di certi tipi di pratiche di governo nei mesi cruciali del 1239 e 1240. Pur trattandosi senza dubbio di un minuscolo frammento di un archivio molto pi consistente, scomparso assai prima del 1943, il registro di Federico Secondo, interpretato nella sua globalit, rappresentava un limpido enunciato delle priorit dell'imperatore, e non soltanto per quanto concerne il governo della Sicilia.
Consapevoli delle manchevolezze del metodo di Huillard-Brholles, gli storici tedeschi, ben prima della Seconda Guerra Mondiale, decisero che era loro sacro dovere, per riguardo alla reputazione dell'imperatore, metter mano a una nuova edizione, correggendo gli strafalcioni di Carcani, identificando la miriade di personaggi citati nel testo, attuando una serie di controlli incrociati: in effetti una parte dei documenti esclusivi erano stati riportati tra il tardo Tredicesimo e il Quattordicesimo secolo nei registri dei sovrani angioini di Napoli, per cui era possibile una verifica puntuale dei testi alternativi conservati a Napoli, Marsiglia e altrove. Per questo genere di ricerca nessuno  pi qualificato degli specialisti dei "Monumenta Germaniae Historica" in Monaco. Eduard Sthamer venne incaricato del delicato compito di dar rinnovata veste al registro. Non potendo portare a termine il lavoro a Napoli, Sthamer fece un microfilm del manoscritto. Vennero poi la guerra, e l'annientamento del registro, compresa l'edizione incompiuta di Sthamer; poco appresso esal l'ultimo respiro lo stesso Sthamer, l'unico che sapesse dov'era finito il microfilm. Dovettero passare parecchi anni prima che dall'Italia fosse recuperato un baule contenente gli effetti personali di un altro storico tedesco, Wolfgang Hagemann; con grande esultanza dei suoi connazionali, salt fuori il famoso microfilm. Il prestigioso compito di far uscire l'edizione definitiva venne dunque affidato a Wolfgang Hagemann, che dopo la guerra aveva gi cercato di ricostruire per sommi capi il manoscritto sulla scorta degli appunti lasciati da Sthamer e altri eruditi. Ora gli si dischiudeva la possibilit di coronare l'opera ispirandosi al modello di Sthamer. La competenza di Hagemann era fuori discussione, ma la sua smodata inclinazione al bere alla fine ebbe partita vinta, costringendolo a interrompere il lavoro e provocando uno scandalo di inusitate proporzioni. Non fosse per la solerzia e la tenacia di numerosi suoi colleghi, si potrebbe dubitare che la Germania riesca un giorno a espiare le colpe dei propri soldati dando alla luce la sospirata nuova edizione. Nel frattempo non rimane agli studiosi altro che consultare a Napoli le sbiadite fotografie del registro, duplicati ricavati dal fantomatico microfilm e trattati, com' giusto che sia, alla stregua dei beni pi preziosi di un archivio spogliato dei suoi veri tesori. E le fotografie lasciano intendere che l'edizione originale di Carcani, seppur imperfetta, non era poi da buttar via.
Il registro di Federico Secondo non ha nulla a che spartire con quelli papali contemporanei custoditi nei meandri del Vaticano. Questi ultimi racchiudono copie di privilegi concessi a chi ne faceva supplica (poniamo un monastero angustiato per i suoi cespiti), di lettere a governanti stranieri, di istruzioni a legati (ad esempio i responsabili dell'organizzazione della resistenza a Federico in Lombardia e Germania). Gli archivi ufficiali riportavano traccia soltanto di una parte minima della produzione della cancelleria pontificia ed  alquanto probabile che chiunque ambisse alla garanzia supplementare offerta dalla registrazione dovesse allentare i cordoni della borsa. Di quando in quando, una pratica piuttosto corposa, che magari poteva riguardare Federico Secondo o l'organizzazione di una crociata, veniva separata dal testo principale e annotata separatamente in un'appendice. Nonostante qualche sporadico tentativo di classificazione per soggetto, l'ordine dei documenti rispondeva in linea di massima a criteri elasticamente cronologici. I registri papali tenevano memoria di quello che potremmo definire il volto pubblico della Santa Sede: la chiamata alle armi contro i nemici e gli infedeli, il richiamo all'ordine di prelati indocili, il desiderio di proporsi ad arbitra delle dispute laiche ed ecclesiastiche da un capo all'altro dell'Europa. Il registro di Federico Secondo non  nulla di tutto ci, anzi in realt non  neppure un registro "imperiale"; ruota attorno al regno siciliano e anche quando fa riferimento ad altri possedimenti di Federico, come Gerusalemme, lo fa nel contesto dei legami con la Sicilia e il Mezzogiorno d'Italia. Inoltre vi compare un gran numero di lettere a uso esclusivo dei funzionari: disposizioni per riparare questo o quel castello, predisporre il necessario per una partita di caccia, vendere o acquistare granaglie o sale. Vi sono circolari ai giustizieri regi, incaricati di applicare una decisione amministrativa a largo raggio; valanghe di istruzioni ai baiuli a proposito di singoli individui, quali i creditori della Corona o i prigionieri lombardi catturati a Cortenuova e Parma. In sostanza si pu parlare di una raccolta di misure amministrative private, con addentellati domestici e internazionali e qua e l un "segreto di Stato" - le deliberazioni della cerchia ristretta degli intimi di Federico, volte a illustrarne gli obiettivi, elevati o banali che fossero, ai burocrati e ai servitori della Corona che costituivano gli ingranaggi del buon funzionamento di un governo autocratico. Il linguaggio non  il ponderoso, classicheggiante latino della cancelleria papale, n quello di Pier delle Vigne nello sfoggio della sua eloquenza;  un latino semplice, notarile, ragionevolmente chiaro, un modo di esprimersi che avrebbe inorridito Cicerone ma era non di rado farina del sacco di Pier delle Vigne in persona.
Un'altra caratteristica significativa  che molti dei documenti che lo compongono furono redatti al di fuori del "regnum". L'arco temporale va dall'ottobre 1239, che vede Federico accampato nei pressi di Milano, al maggio 1240, quando ormai l'imperatore, attraversate Lodi, Sarzana, Pisa e le citt dell'Italia centrale sull'uscio di casa di Gregorio, aveva raggiunto Foggia, Lucera e Orta. Soltanto in marzo pot rimettere piede sul suolo siciliano; meno di un quinto del registro contiene documenti compilati nel "regnum". In questo senso si pu parlare di governo a distanza, ma pur sempre di un controllo effettivo. Milano o Foggia sembrano fare poca differenza: identico  lo spettro delle direttive impartite, dai prestiti bancari ai rifornimenti navali, ai ghepardi. Inevitabilmente la lontananza comportava ritardi di settimane nell'arrivo di istruzioni su questioni urgenti, ma resta il fatto che gli impiegati di Federico in Sicilia continuavano a bombardarlo con richieste di intervento chiarificatore su lunghi elenchi di problemi. Si ha in sostanza l'impressione che Federico presumesse di poter reggere le redini del "regnum" con immutata efficacia indipendentemente dalla sua presenza fisica; sotto questo aspetto la stesura di molti documenti al di fuori dei confini territoriali non ha incidenza rilevante sulla qualit del registro. Meno agevole  rispondere alla domanda se il periodo abbracciato possa essere preso a modello del modo di governare di Federico nei due decenni a cavallo del 1240. A giudicare da lettere analoghe, ricopiate in seguito da altri registri di Federico Secondo per volere dei sovrani che si succedettero sul trono di Napoli, si pu ipotizzare un graduale irrigidimento, soprattutto in materia finanziaria, ma nelle linee generali la gestione del governo nel 1239-40 rivela poche differenze rispetto agli altri anni di conflitto con il papato: un'affannosa ricerca di fondi, e un malcelato desiderio di volgere le spalle ai problemi della politica e dedicarsi ai suoi amati falconi.
Vi  infine l'enigma della paternit. Le decisioni che contavano erano prese da Federico Secondo, o piuttosto da Pier delle Vigne, Taddeo da Sessa e dagli altri suoi "collaboratori"? Gli storici sono stati decisamente inclini a riconoscere a Federico il ruolo di stratega della politica degli Hohenstaufen, sia pure con l'indubitato supporto e consiglio dei suoi giuristi-burocrati. La voce che si leva dalle pagine del registro  ogni tanto la sua. La passione per la caccia, frammista agli affanni della lotta armata, di quando in quando relega in secondo piano quelle che ci potrebbero sembrare faccende pi serie. Qua e l affiorano lampi d'ira imperiale - contro il mercante illetterato Matteo Curiale, assurto con mezzi disonesti ad un'alta carica in Salerno; o di sollecitudine, per la malattia di un valletto che aveva in cura i suoi falconi. Di rado, ma con estremo vigore, Federico esprime la sua sofferta collera per la condotta del papato, scrivendo ad esempio all'arcivescovo di Messina, un potenziale mediatore. Pare assodato che prendesse a cuore i problemi della produzione agricola, la situazione delle greggi in Puglia, persino la propria reputazione di debitore solvibile e zelante. Va da s che la routine aveva il suo peso: quando le vicende lombarde o germaniche lo impegnavano a fondo, l'imperatore era costretto ad affidarsi al buon senso dei funzionari statali; ma non appena la situazione si faceva meno pressante, come ad esempio all'assedio di Parma, egli era ben lieto di fornire dettagliatissimi chiarimenti in merito alle minuzie del governo, pur lasciando per ovvi motivi ai suoi delegati la formulazione delle risposte - "per mandato imperiale tramite mastro Piero della Vigna Angelus de Capua scrisse a Riccardo de Pulcaro" (un esempio tra i tanti). Vi erano ovviamente altri registri con funzioni diverse: certi riferimenti ai "grandi registri" ("quaterniones grande") prospettano l'esistenza di qualcosa di simile ai registri papali, libri in cui erano riportati i principali atti pubblici del regno. E poi i resoconti finanziari: consuntivi inviati dai portolani incaricati di esigere le imposte sulle merci; note relative ai costi di manutenzione di un castello; elenchi di tasse e diritti della Corona in varie parti del regno. Ne risulta un elaborato sistema di protocollo su una scala insolita nell'Europa di quel periodo, anche se le amministrazioni inglese, provenzale e (con lentezza esasperante) aragonese, stavano cominciando a convertirsi all'esigenza di un'accurata registrazione e trasmissione di dati. Il vero problema della Sicilia e dell'Italia meridionale era per l'assenza del sovrano dal tradizionale centro burocratico, Palermo: Federico si vedeva costretto a governare senza poter accedere quotidianamente agli archivi meglio forniti, con la conseguenza che le sue decisioni spesso risultavano "ad hoc", determinate in parte da rapporti circostanziati dei suoi subalterni ma in parte da pressioni contingenti, politiche o finanziarie, ed espresse per mezzo di comandi trasmessi lungo la catena esecutiva.

...

2.

Chi volesse farsi un'idea precisa dell'orientamento generale nel 1239-40 dovrebbe in primo luogo cercare di ricostruire la mentalit di Federico attraverso l'esame delle sue lettere contenute nel registro, quindi isolarne gli interessi costanti, vale a dire che si ripetono con regolarit in questi e in altri documenti, e infine dissezionare uno specifico periodo di qualche giorno per rendersi conto del modo in cui la corte itinerante trattava questioni grandi e piccole. Infatti ci che pi  significativo  proprio l'ampio ventaglio di impegni che il registro rivela.
Durante la sua lunga marcia di avvicinamento ai territori meridionali, nel febbraio 1240 Federico fece tappa a Foligno, nell'Italia centrale. Nel registro  preso atto della sua replica ai sondaggi dell'arcivescovo di Messina, propostosi come intermediario tra lui e Gregorio Nono. L'imperatore si dimostra scettico sulla genuinit del desiderio di pace del pontefice e, sottolineandone le indefesse denunce, non perde l'occasione di rammentare all'arcivescovo che, nel momento stesso in cui lui, Federico, si era posto al servizio di Cristo, mettendo per giunta a repentaglio la sua stessa vita, Gregorio aveva invaso il "regnum" e cercato di prenderlo nelle sue "avide mani"; per parte sua, Federico aveva dato prova di pazienza, sforzandosi di arrivare a un accordo, con l'unico risultato che il papa aveva fomentato disordini a Milano e altrove. Il tono della missiva  accorato, colmo di rimproveri alla Santa Sede, unica responsabile della frattura; verso la fine si fa per minaccioso, quando Federico promette di riprendere possesso del ducato di Spoleto e delle marche, territori che a suo dire la Chiesa aveva strappato all'impero. Dal momento che le armate di Federico erano da tempo attive nel ducato, e che proprio allora egli stava attraversando la regione di Spoleto, non si trattava di vane minacce ma di una constatazione di fatto - almeno una parte di quelle contrade era gi assoggettata all'autorit imperiale. Possiamo passare sotto silenzio le istruzioni all'arcivescovo, poich in quest'occasione la reazione di Federico  perfettamente in linea con le dichiarazioni ufficiali rese, ad esempio, nelle sue lettere ai re d'Inghilterra e di Francia. Assai pi rivelatrici delle implicazioni dello scontro con Gregorio sono le epistole in cui l'imperatore si scaglia contro i baroni e gli ecclesiastici che avevano aderito alla causa papale. L'abruzzese Jacopo Sacerdote venne attaccato con violenza per aver affermato che le azioni e i comandi di Federico erano privi di valore in quanto opera di uno scomunicato. "Non pu vostra Eccellenza tollerare simile sfrontata arroganza"; il giustiziere degli Abruzzi dovr per conseguenza promuovere un'indagine e, ove la colpa dell'accusato fosse accertata, se ne decreter l'espulsione dal "regnum" e la confisca di tutti i beni. Adenolfo, canonico della chiesa di San Panfilo a Sulmona, sempre nel nord-est del "regnum", si vide far carico dell'imputazione di aver incitato l'intera citt di Sulmona a giurar fedelt al papa durante la guerra con Gregorio Nono; se non si fosse dimostrata la sua innocenza, anche lui avrebbe patito l'espulsione e l'esproprio. Federico aveva un occhio di riguardo per i delatori, animati da motivazioni non di rado trasparenti: lealt verso l'imperatore, d'accordo, ma anche, come nel caso di Sinibaldo de Fossasecca o Tommaso de Venafro, speranza di ottenere favori o la restituzione di terre perdute. La lotta tra pontefice e imperatore si era tradotta a livello locale in una serie infinita di usurpazioni di propriet, ma intorno ai primi anni quaranta divenne evidente che i papalisti sarebbero stati privati di ogni loro possedimento, e non soltanto di quelli di acquisizione recente. Maggior beneficiario era la tesoreria di Palermo, ma non si dovevano trascurare gli impieghi politici, i terreni spossessati potevano essere usati con minimo sacrificio finanziario per ricompensare chi si era dimostrato fedele.
Federico era preoccupato del costo della guerra non meno che del suo esito finale. Ripetutamente nel registro si evidenzia la necessit di massimizzare le entrate: "in spezial modo essendo che il denaro ci  ora necessario per la lotta in corso in Lombardia". A parte l'esproprio dei traditori, due erano le vie obbligate per rinvigorire le casse, a cominciare dalla richiesta di prestiti ai banchieri pro-imperiali di Roma, Cremona, Parma, Poggibonsi, magari di Venezia e Vienna. Federico era acutamente consapevole di ripianare celermente i debiti, onde evitare di essere sommerso dagli interessi: non aveva alcuna intenzione di ipotecare le sue risorse o venir meno agli impegni presi, come avrebbero fatto spesso e volentieri in seguito i sovrani di mezza Europa. A quell'epoca non si era ancora imposto il ricorso sistematico al prestito; era diffusa la pratica del denaro a breve, per far fronte a necessit immediate (basti pensare a re Giovanni e agli Ebrei), ma ai tempi di Federico Secondo si poteva ancora parlare di penuria di contante pi che di vera e propria mancanza di fondi. Un paggio reale si vide rifiutare la somma necessaria per provvedersi di due scudieri e tre cavalli, "imperciocch in nostra Camera non v' al momento denaro bastevole a sostenere le sue spese"; eppure erano in gioco non pi di quattro once d'oro. Sarebbe toccato sborsarle a Crescio di Amalfi, gran camerlengo degli Abruzzi. Riesce difficile a credere che nessuno a corte fosse in grado di reperire questa somma relativamente modesta, ma l'esercito imperiale aveva quasi raggiunto Tuscania (Toscanella) nella campagna romana e si pu supporre che Federico attendesse di metter piede nel "regnum" per riempire i forzieri. Arrivato a destinazione, egli si premur anche di saldare le pendenze di numerosi banchieri cui erano stati restituiti i capitali ma non gli interessi: una scrupolosit che non nasconde quanto fosse faticoso mettere insieme un po' di quattrini a corte e nelle tesorerie provinciali.
In realt, i prestiti contratti con i banchieri del Nord Italia, per quanto ci consta, dovevano tutti essere ripagati nel "regnum" dalle tesorerie provinciali, in moneta o, se del caso, in natura. Il metodo adottato consisteva nell'accendere un debito in Lombardia e Toscana contro futura restituzione nell'Italia meridionale, che i mercanti consideravano tuttora opulenta e in grado di garantire loro buoni guadagni. Nel novembre 1239, mentre ancora Federico era a Lodi, prestiti per un totale di circa 2270 once d'oro erano garantiti da venti consorzi di banchieri romani: diciamo "circa" 2270, perch i prestiti erano concessi in argento veneziano dietro promessa di rimborso in once d'oro, comprensivo di spese varie e probabilmente un modesto interesse. Senza queste "iniezioni", l'imperatore non avrebbe potuto pagare le truppe, in non piccola parte composte di mercenari; per non dire della decisione di sovvenzionare il figlio Enzo, re di Sardegna, affinch provvedesse al soldo delle sue milizie. Desta una certa sorpresa il constatare quanti banchieri romani fossero scettici sulle possibilit di Gregorio Nono di spezzare le reni a Federico Secondo. Costoro erano di buona, in qualche caso "papabile" famiglia: i Pierleoni, i Sinibaldi, i Cenci; d'altronde il popolo romano aveva a suo tempo fatto chiaramente intendere al pontefice di essere poco propenso ad appoggiarne le ambizioni. Rientra altres nella logica la presenza di banchieri della filo-sveva Cremona, mentre meno scontata  quella del mercante viennese Heinrich Baum, che forn a Federico mille marchi d'argento in moneta di Cremona e Colonia, nonch alloggio agli ambasciatori della Russia in visita a Vienna. Ad Arezzo nel gennaio 1240 Federico riconobbe un debito di 1400 once d'oro, cifra che ebbe qualche difficolt a rifondere, tenuto anche conto che per la met gli era stata consegnata soltanto un mese prima a Parma. Propose dunque nuove modalit di rimborso. Baum avrebbe avuto il permesso di esportare ovunque, fatta eccezione per l'ostile Venezia, 4462,5 salme di grano pugliese (oltre un milione e centomila libbre), abbastanza di che riempire due grosse navi. La merce, esente da dazio, sarebbe stata prelevata da nuovi depositi statali. Il prezzo del grano veniva fissato arbitrariamente in un terzo di un'oncia per salma, di modo che l'esportatore viennese avrebbe intascato un controvalore di 1487,5 once (cui andava aggiunto un risparmio di almeno trecento once in tasse). Per la verit dieci tar per salma erano davvero un po' eccessivi, per cui Federico non faceva certo un cattivo affare. Possiamo immaginare quanto sia stato contento Baum di aver prestato denaro in cambio di merci valutate unilateralmente e destinate a un mercato alquanto imprevedibile. Sempre meglio comunque di alcuni mercanti di Poggibonsi, ritrovatisi per le mani mille salme di frumento, a tredici tar alla salma, da imbarcare a Palermo o Trapani. Il privilegio era stato rilasciato nel novembre 1239 a Cremona, ma sarebbe diventato operativo soltanto nel febbraio 1240. Insomma, Federico incamerava il loro denaro nell'Italia settentrionale, sacrificandolo alle esigenze belliche, e si impegnava a ricompensarli in Sicilia attingendo alle scorte cerealicole della Corona. A differenza del povero Baum, pare per che i Poggibonsesi abbiano avuto la possibilit di scegliere.
Federico considerava le risorse granarie della Sicilia e della Puglia un serbatoio essenziale per alimentare le campagne militari. Il grano era infatti indispensabile alla flotta regia in acque siciliane o (sotto forma di gallette) alle guarnigioni siciliane in Terra Santa. Ma meglio di tutto era la possibilit di trasformare il surplus in moneta sonante, da trasferire immediatamente al suo campo dell'Italia settentrionale per far fronte alle spese pi urgenti. Stanziato a Pisa, nel dicembre 1239, egli invi istruzioni per una migliore utilizzazione dei prodotti agricoli siciliani: il grano regio doveva essere spedito in Nord Africa e Spagna, dove si poteva spuntare un prezzo pi allettante; la spiaggia di Eraclea doveva essere attrezzata per agevolare le operazioni di carico. Comunque nel febbraio 1240 Pier delle Vigne pot scrivere per conto di Federico a Nicola Spinola, ammiraglio genovese della flotta siciliana, lodandone un progetto che prevedeva la vendita di cinquantamila salme di grano in cambio di quarantamila once d'oro in Tunisia, disperatamente carente di generi alimentari ma, come terminale delle piste carovaniere provenienti dall'Africa occidentale, relativamente ricca di metallo prezioso - un ricarico di non meno di 37,5 tar per salma, quasi quattro volte quanto aveva dovuto pagare Baum. Una vera manna per la Corona siciliana, tanto che fu necessario chiudere i porti in modo che nessun mercante potesse portar via del frumento prima che le navi di Federico avessero levato le ancore; Nicola Spinola non trascur il pericolo di una intromissione di mercanti privati. I suoi agenti lo avevano informato che i Genovesi andavano acquistando in Sicilia partite di cereali che venivano poi smistate al sultano di Tunisi. Federico, tuttora infastidito dalle sotterranee manovre dei Genovesi, non vedeva ragione di consentir loro di realizzare un profitto che, a sapersi destreggiare, poteva finire nelle sue tasche. N il suo leale ammiraglio genovese pens minimamente di favorire i propri compatrioti. Pu darsi che l'iniziativa di Spinola esulasse dalla normale prassi dei traffici mercantili siciliani e che l'imperatore di rado ricorresse a embarghi cos rigorosi; sta di fatto che il grano era reputato una risorsa finanziaria, e che la guerra aveva esacerbato il bisogno di servirsene per spillare quattrini. Il prosieguo dell'emissione di augustali era vincolato all'afflusso continuo di oro africano, reso possibile dalla nuova situazione di carestia.
Il registro contiene nitide direttive a riguardo delle imposte sul grano: un quinto del valore del carico in Puglia o Sicilia, dove la produzione era abbondante, a fronte di un settimo in Calabria o Abruzzo, regioni meno fertili. Queste disposizioni erano intese a rassicurare i portolani incerti sull'applicazione di norme precise. I mercanti nativi erano assoggettati agli stessi tributi dei forestieri? Era loro concesso di esportare a Venezia, pur se ad altri (non esclusi gli stessi Veneziani) ne era fatto divieto? I sovrintendenti del traffico portuale di Garigliano vennero invitati a gravare di un settimo anche i cavalli e i muli: al pari del grano, bestiame, carne e sale dovevano essere oggetto di una sorveglianza ravvicinata. Tra le righe si intravvede l'urgenza di incrementare quanto pi possibile gli introiti. Per molto tempo la Corona aveva fatto affidamento sull'export per far quadrare i bilanci e i primi anni del dominio di Federico in Sicilia avevano visto l'esproprio dei diritti regali di tassazione ad opera dei Genovesi e di altri predoni. Data l'emergenza militare, l'imperatore era deciso a spremere ogni residua oncia d'oro dai suoi portolani. Furono emanati ordini categorici per il trasferimento delle rendite ad un punto di raccolta centrale, sovente la tesoreria messinese, talora la corte itinerante; correva infatti voce che molti funzionari provinciali, ad esempio quelli degli Abruzzi, non fossero particolarmente solleciti nelle rimesse. A volte si sfiorava la superfluit: nel maggio 1240 Federico ricord agli amministratori siciliani il prelievo del quinto sulle derrate agricole che passavano per Augusta e Milazzo, nonostante l'obbligo da parte loro di fargli pervenire questi frutti risultasse palese da decreti precedenti. Qualsiasi segno di incrinatura del sistema veniva scrupolosamente annotato e provocava rapide diffide o richiami.
Nell'ottobre 1239 Federico promulg l'"Ordinanza intorno ai nuovi porti nel regno dai quali si debbono esportare i prodotti alimentari", che fu diligentemente copiata nel registro. Undici porti furono aggiunti alla lista degli scali ufficiali (come Palermo o Bari), dai quali il grano poteva essere spedito all'estero via mare, e nei quali era compito dei portolani vigilare sui movimenti delle merci. L'idea era di rendere pi fluidi quei traffici mercantili che costituivano un cespite non indifferente. Va detto che pochi dei nuovi porti erano destinati a un futuro luminoso. Trapani sarebbe diventata, sia pur dopo il 1300, uno dei pi importanti porti granari della Sicilia, situata in posizione ideale per accedere all'Africa, alla Sardegna, alla Spagna e alle coste della Francia e del Nord Italia. Altrettanto fortunata fu Augusta - il cui nome di per se stesso era annuncio di un risveglio imperiale. Pescara era ottimamente ubicata per gli scambi attraverso l'Adriatico. Ma altri, come San Cataldo in Puglia, non potevano aspirare ad altro che al rango di stazioni sussidiarie surclassate dai centri tradizionali. Ai portolani si richiedeva di tener conto dei carichi, verificare i prezzi, prender nota di ogni dato significativo (e dei pagamenti ricevuti) nei loro registri - nessuno dei quali purtroppo  giunto sino a noi - e dar prova di una certa discrezione: il trasporto di mercanzie a Venezia non era affatto vietato ai sudditi di Federico sintantoch non fosse diventato di dominio pubblico (sebbene sia difficile dire quanto i Veneziani avessero interesse a divulgare simile informazione). D'accordo che soltanto chi era nato nel "regnum" era autorizzato ad approfittare di questa facilitazione, ma bisogna pur sottolineare che la bramosia di lucro prevalse sul risentimento di Federico nei confronti dei suoi ex amici nell'Italia settentrionale.
Un'altra risorsa su cui Federico faceva grande assegnamento era il sale, oggetto di pi di un tentativo di monopolio. Sin dal 1231 la monarchia aveva esercitato un esteso controllo sulle saline, accumulando scorte di sale da vendere all'interno del regno. A volte per il prezzo fissato era troppo elevato, e Federico si teneva pronto a calare le pretese non appena i suoi uomini di fiducia lo avvisavano di una stasi nel mercato. "Fate del vostro meglio per noi", era solito rispondere: va bene, si potevano diminuire i prezzi, purch l'erario incamerasse il denaro di cui aveva cos ossessivo bisogno. Maggiore circospezione mostrava invece l'imperatore per quanto atteneva al bestiame. Degli animali macellati si poteva naturalmente far commercio all'estero (tanto pi che la salatura richiedeva ingenti quantit di sale della Corona); tutt'altro paio di maniche erano quelli vivi. Non si contano le disposizioni mirate a impedire l'esportazione di cavalli dal "regnum" e incoraggiare l'allevamento di destrieri da battaglia destinati all'esercito imperiale: i cavalli erano una merce di eccezionale pregio, cos come del resto i muli. Trovandosi a corto di bestie da soma, Federico ordin di far accoppiare tra loro cavalli e asini e impose a vari distretti del Mezzogiorno di contribuire alle campagne militari con l'invio di piccoli contingenti di muli. Anche qui si nota lo sforzo di evitare inutili sprechi di denaro, visto che l'alternativa era di entrare in concorrenza sul mercato con il nemico. Nella Capitanata si doveva seminare l'avena, onde provvedere di foraggio gli indispensabili animali. L'intero ciclo di riproduzione e allevamento di cavalli e muli era quindi oggetto di controllo remoto da parte dell'imperatore, che peraltro volse lo sguardo anche in altre direzioni, ordinando ad esempio la requisizione di alcune greggi di pecore di un saraceno un po' troppo lesto di mano e una macellazione in grande stile di maiali nel Messinese, in parte per scarsit di ghiande e in parte perch era necessario provvedere a un gruppo di eminenti crociati, alloggiati nella regione e in attesa di potersi imbarcare per la Terra Santa. Gli avanzi venivano trasformati in pancetta, della quale per qualche tempo la Sicilia orientale fu un importante produttore. N erano dimenticati gli animali da tiro. Alla comunit saracena di Lucera dovevano essere recapitati mille capi di bestiame, non tutti addomesticati, e si doveva tener nota dei musulmani che ricevevano un dono. L'idea era di legare la colonia saracena alla terra, "come accadde all'epoca di re Guglielmo" - in modo da trasformare un insediamento di recalcitranti ribelli trapiantati in industriosi contadini in grado di assolvere gli stessi compiti agricoli cui avevano atteso quando risiedevano in Sicilia. All'obiettivo di incrementare la produttivit della regione di Lucera si sovrapponevano perci importanti motivazioni politiche. Si doveva infatti assolutamente evitare che i Saraceni sul continente ritornassero in Sicilia, tuttora fermentante dei pochi musulmani rimasti nonostante l'adoperarsi del giustiziere della Sicilia occidentale per stipulare con loro un accordo intorno alla fine del 1239.
I Saraceni erano stati sfrattati in massa dall'isola ma non per questo erano cessate le immigrazioni dal Nord Africa: non musulmani ma ebrei. Federico era preoccupato di non dissipare il patrimonio agronomico del mondo islamico, ed aveva poco da temere dagli Ebrei, privi di un'organizzazione politica propria e non vincolati ad alcuna potenza rivale. Il registro  molto chiaro in proposito. Gli Ebrei provenienti dall'Africa settentrionale, se possibile dall'isola di Gerba (pi volte perduta e riconquistata dalla Corona siciliana), dovevano dar vita a fiorenti piantagioni di palme da datteri e introdurre la coltivazione dell'indaco e di "varie altre sementi che crescono nel Nord dell'Africa e ancora non sono venute su in Sicilia". Contrariamente all'opinione comune, la Sicilia di Federico non era, o quanto meno non era ancora, un'isola di giardini orientali e boschetti di palme. Gli Ebrei dovevano versare met del raccolto alle casse regie e, come molti loro confratelli, andavano trattati alla stregua di "servi della camera"; erano soggetti, al pari dei Saraceni di Lucera, al testatico di origine maomettana, e alla tassazione sul vino e sui "coltelli" (in riferimento all'uso ebraico di uccidere gli animali per mezzo di una lama acuminata). Non tutto per filava liscio: a quanto sembra gli Ebrei nordafricani ebbero a che dire con i correligionari siciliani, probabilmente per questioni di rituale, e la corte si vide costretta, sia pur a malincuore, a conceder loro il diritto di frequentare una sinagoga separata. Meglio comunque, se possibile, utilizzare allo scopo qualche vetusto edificio palermitano. Una decisione tutto sommato rispettosa dei recenti decreti ecclesiastici e del diritto romano: era fatto divieto di costruire nuove sinagoghe, ma nulla impediva di tenere in buona forma quelle gi esistenti. Il comunicato di Federico riecheggia in distanza le deliberazioni del suo predecessore Giustiniano. Timoroso di un incontrollabile afflusso di immigranti, il "secretus" di Palermo, Uberto Fallamonaca, fece in modo di renderne incerto il futuro: i palmeti erano dati loro in affitto per non pi di cinque o dieci anni.  evidente il desiderio in alto loco di non lasciarsi sfuggire di mano la situazione. Non v' traccia di quello spirito di tolleranza per il quale la corte riceve incessanti lodi. L'interesse del monarca veniva prima di ogni altra considerazione: intendeva essere costantemente informato sulla redditivit dei nuovi insediamenti ebrei. Per di pi si cercarono altri coloni, di diversa fede: Riccardo Filangieri, il rappresentante imperiale in Terra Santa, venne incaricato di mandare in Sicilia due esperti in canna da zucchero, allo scopo di rivitalizzare un'altra industria languente dopo l'espulsione dei musulmani. Anche i vigneti messinesi non erano all'altezza delle aspettative della corte, che ritenne opportuno ordinare un'inchiesta; questa zona, a lungo cristiana e specializzata in un settore poco gradito agli islamici, era afflitta da preoccupanti squilibri, ma va detto che Federico era pi interessato agli aspetti fiscali che a quelli dell'economia. Non mancavano iniziative per alleviare il carico tributario sui meno abbienti, ma l'obiettivo primario restava la ricerca dei mezzi pi ingegnosi per accrescere le entrate e abbattere i costi.
Fu perci con qualche cautela che i giustizieri e i castellani di Federico avanzarono richieste di fondi per provvedere alla manutenzione dei manieri; era loro dolorosamente evidente quanto gli stanziamenti fossero insufficienti. Rendendosi conto della necessit di forti difese sulla frontiera settentrionale del "regnum", Federico decise di non lesinare, almeno entro certi limiti. A Foggia, nell'aprile 1240, diede udienza ai feudatari di Bari e Trani, i quali gli fecero un quadro desolante della situazione in Puglia; stanze e interi edifici erano a cielo aperto, esposti alle intemperie - ma era possibile porvi rimedio "senza gran esborso di denaro". Via dunque alle riparazioni, ma bando alle stravaganze. Senza dubbio i massicci castelli normanni del tardo Undicesimo e del Dodicesimo secolo cominciavano a mostrare le prime rughe, mentre le strutture minori dell'entroterra versavano in stato di degrado. Federico ampli e miglior molti castelli pugliesi, come quelli di Gioia del Colle o della stessa Bari, obbedendo per pi alla necessit, quanto meno intorno al 1240, che a un piano preordinato. D'altra parte, malgrado fosse consapevole della opportunit di mantenere in buona efficienza le sue fortezze, non seppe rinunciare ad altre costose opere edilizie: il completamento della famosa porta d'accesso alla citt di Capua; i restauri e le finiture dei suoi "luoghi di sollievo", dimore di caccia e palazzi in Puglia e Sicilia.
Non era infatti suo proposito bruciare tutte le risorse nello sforzo bellico, n intendeva certo rinunciare ad un livello di vita adeguato al suo rango.  impossibile quantificare gli sperperi nei lussi della vita di corte, ma dalle sue carte risulta chiaro che lo svago era in cima ai pensieri dell'imperatore anche nel pieno delle operazioni militari (e durante i lunghi assedi non mancava il tempo di organizzare qualche buona battuta di caccia). Leggiamo ad esempio di istruzioni ai funzionari affinch acquistassero schiavi neri di et compresa tra i sedici e i vent'anni, li addestrassero a suonare la tromba o il trombone e li convogliassero al pi presto in Lombardia. E poi ancora si parla dell'arrivo dal Nord Africa di una partita di cammelli comperati da Enrico Abbate, console siciliano a Tunisi. Non  escluso che in parte fossero destinati a Lucera, dove Federico intendeva sistemare un gruppo di cammellieri ed anche di musici musulmani (con aggiunta di leggiadre danzatrici). Lontano dal fronte lombardo, poteva indulgere appieno ai suoi gusti; nel marzo 1240, a Foggia nel Nord della Puglia, volle sulla sua tavola vino dolce (tra l'altro greco) e pesce della miglior qualit, cucinato in forma di "aspic". Va detto che queste sono le uniche richieste culinarie di cui si fa cenno nel registro, ma altrove Federico chiede al suo maestro "filosofo" Teodoro notizie di certi sciroppi e di una confettura alla violetta utili a scopi medicinali e per preparare dolci.
Pi di ogni altro passatempo, l'imperatore amava le imprese venatorie e viveva nella speranza di un sollecito ritorno alle riserve pi ricche di selvaggina. Beninteso nulla aveva per lui pi fascino della caccia col falcone e il registro indica quanto fosse a largo raggio la ricerca dei suoi uccelli da preda: nelle isole tra la Sicilia e l'Africa, come Pantelleria e Lampedusa, e in particolare su Malta; ma anche dall'estremo nord, come rivelano i contatti con mercanti ben piazzati a Lubecca. Trovandosi ad Arezzo, Federico apprese con rammarico che Carnilevario da Pavia, uno dei suoi falconieri in Puglia, non era riuscito a farsi rimborsare le spese da un poco affidabile amministratore provinciale; e mostr sincero dispiacere quando gli venne riferita la malattia di uno dei falconieri. Ovunque si recasse, cercava di tenersi informato sulla salute dei suoi rapaci, anche se traeva grande diletto dalla caccia con i ghepardi - nel dicembre 1239 volle addirittura che gli fossero mandati sei esemplari a Pisa e, avvicinandosi qualche mese appresso alla frontiera siciliana, insist perch ghepardi e relativi addestratori gli venissero incontro. A quanto sembra vi era una base in Puglia, probabilmente a Lucera; gli ammaestratori erano senza dubbio musulmani e dal mondo islamico provenivano le belve.
Una breve sequenza di pochi giorni nel febbraio 1240, mentre l'imperatore, superata Foligno, scendeva su Viterbo, d una chiara idea dell'importanza relativa di alcuni dei temi che abbiamo toccato nella conduzione quotidiana degli affari siciliani. Lettere datate all'8 febbraio avevano come oggetto la denuncia dei seguaci di Gregorio Nono e l'accoppiamento di cavalli e asini, quest'ultimo almeno in parte mirato alla "convenienza di nostri sudditi"; l'inefficace gestione dei magazzini regi a Messina, probabile deposito di munizioni, richiese altres una comunicazione urgente al "secretus" della Sicilia orientale. La questione dei rifornimenti per il presidio in Terra Santa doveva essere risolta con l'invio di una nave carica di grano della Corona a Tiro, quartier generale di Riccardo Filangieri, "legato del sacro impero di l dei mari, "bailli" del regno di Gerusalemme, maresciallo". Bartolomeo de Bessis venne incaricato della difesa di Taranto; quanto al suo predecessore (del cui nome non v' traccia nei documenti), che facesse pure le valigie, non tanto per sua colpa quanto per virt di Bartolomeo. Affiora anche qualche preoccupazione finanziaria, sotto forma di aggiornamento ai portolani di Porto Garigliano, in merito alle imposte sul bestiame spedito all'estero. Avendo costoro chiesto quale tasso dovessero applicare su cavalli e muli, fu loro risposto che non era in loro facolt consentire l'esportazione di tali animali; quanto agli altri, che si attenessero alle disposizioni vigenti (il prelievo di un settimo). Cavalli e muli furono di fatto requisiti quello stesso giorno dalla corte imperiale, ad opera del giustiziere della Terra di Lavoro e del Molise. Per finire, venne fatto carico a Simone de Ursone di Capua di rimettere 740 once d'oro ai banchieri romani; secondo l'abituale prassi federiciana, i funzionari a sud del confine dovevano reperire i fondi necessari a saldare un debito contratto a nord del confine. Questa disinvoltura nell'impiego delle risorse del "regnum" per alimentare guerre lontane dalle sue frontiere provoc, com'era logico attendersi, diffuso risentimento negli anni quaranta. Scorrendo il registro apprendiamo dell'esazione della "collecta", la solita "una tantum", nella fattispecie ad uso bellico, destinata a trasformarsi in balzello annuo. Non v' per traccia di particolari inquietudini: a parte una scaramuccia tra marinai savonesi e genovesi nelle strade di Messina, e le frequenti denunce di traditori, il registro suscita l'impressione che l'imperatore assente avesse saldamente in pugno la situazione. Persino i Saraceni si erano finalmente quietati dopo mezzo secolo di ribellione. La fitta ragnatela di "secreti", giustizieri, portolani, castellani si era dimostrata nel complesso solida: non di rado uomini nuovi, cittadini di Amalfi o Salerno che entravano al servizio del re dopo aver studiato a Napoli, avvocati pi che ecclesiastici o baroni. Chi veniva meno alla fiducia dell'imperatore in genere si macchiava di peculato piuttosto che di palese slealt. Il secondo tentativo messo in atto da Gregorio Nono per sovvertire il "regnum", nel periodo in cui fu compilato il registro, naufrag ancor pi miseramente del primo. Si andavano per avvertendo i primi, sinistri scricchiolii. V'era il concreto pericolo che gli inasprimenti fiscali necessari a sostenere le campagne lombarde si coagulassero in un malcontento strisciante. Ma soprattutto si addensavano i dubbi sulla capacit del "regnum" di continuare a produrre grano, carne salata e altri generi alimentari: la perdita degli esperti agricoltori musulmani rappresent un evento traumatico, soltanto in parte compensato dall'afflusso di Ebrei dal Nord Africa. In realt la Sicilia e la Puglia sarebbero rimasti importanti granai nell'ambito del Mediterraneo per molti secoli a venire, ma nel periodo di regno di Federico conobbero uno spopolamento e resero perci al di sotto delle loro potenzialit. L'imperatore intuiva la necessit di attirare non soltanto ebrei ma anche fautori ghibellini dall'Italia settentrionale; sapeva che la coltivazione del suolo era la chiave della sua solvibilit finanziaria, e dunque del successo politico. Ma i suoi predecessori normanni avevano amministrato ben altra ricchezza e il ricorso ai banchieri romani - seppur di per se stesso una notevole vittoria sopra Gregorio Nono - era indicativo di quanto fosse precario l'equilibrio sul ciglio dell'abisso dell'insolvenza. Un'eredit di incertezza finanziaria sarebbe toccata ai suoi successori, che si legarono mani e piedi ai finanzieri toscani e provocarono gravi agitazioni interne con la loro incessante richiesta di liquidit.
...
.
...
FINE Parte 3.